Massimo De Carlo è lieta di presentare Something borrowed, something plum, la prima mostra personale di Austyn Weiner a Milano.
Il titolo richiama l’usanza nuziale vittoriana - “qualcosa di prestato, qualcosa di blu” - ma ne sovverte l’aspettativa, sostituendo al blu il prugna: un viola intenso, percepito più come uno stato d’animo che come un colore.
Weiner descrive la comparsa del prugna nel suo lavoro come qualcosa di involontario. Tornata in studio dopo un periodo in cui perdita e celebrazione si sono sovrapposti, il colore ha preso il sopravvento sul lavoro, emergendo in modo organico e con minima mediazione. Da questo processo prende forma una palette essenziale: il prugna per la memoria più profonda, il giallo per la gioia, in un insieme che l’artista definisce “una sorta di autoritratto”. Con il tempo, quel viola è diventato il colore delle sue esperienze recenti - una fase segnata insieme da perdita e amore, nostalgia e riparazione. In molte tradizioni orientali, il prugna è simbolo di perseveranza nelle difficoltà; qui si definisce come un territorio visivo autonomo, una superficie modellata dall’impatto emotivo.
La mostra riunisce due cicli di dipinti realizzati a circa un anno di distanza l’uno dall’altro. Al centro si collocano due opere cardine: una nata dal lutto familiare, l’altra dalle sue nozze. «Avevo bisogno di uno spazio per elaborare entrambe le esperienze», racconta Weiner. Da questa necessità sono emersi dipinti che affrontano questi eventi in modo netto e immediato, ma che divergono profondamente sul piano formale: da un lato un lavoro eseguito senza pennelli, quasi scavato nella materia attraverso pressione e gesto; dall’altro una pittura stratificata e atmosferica, attraversata da passaggi simili a trame di pizzo, che richiamano il suo precedente vocabolario floreale. Due eventi, due modalità operative, due temporalità incompatibili, costrette a coesistere.
Tra questi poli si articola una concezione della memoria intesa non come esperienza subita, ma come materia da rielaborare e trasformare in racconto. È nella distanza che l’esperienza prende forma narrativa: per questo la mostra, spiega l’artista, si colloca tra passato e futuro, omettendo il presente.
Con il procedere della mostra, i dipinti più recenti si allontanano gradualmente dall’autobiografia e si aprono al paesaggio - un paesaggio però attraversato dall’impatto. Weiner li descrive come un tentativo di immaginare “che cosa accade al nostro paesaggio emotivo dopo uno sconvolgimento” e quali forme possano emergere. Alcune tele accennano a forme embrionali, ancora incerte e rivolte al futuro; altre si configurano come orizzonti momentaneamente immobili. Se i lavori iniziali nascono nel pieno dell’esperienza, quelli successivi ne indagano le conseguenze.
Il dipinto Rewind presenta lungo il margine inferiore una serie di pulsanti oversize del Walkman: rewind, pausa, play. Disposti come lapidi di un modo ormai desueto di ascoltare. Weiner osserva che rielaborare una perdita a distanza non significa soltanto tornare al ricordo di una persona, ma di “un’intera vita” - alle sue texture, ai suoi suoni, alle sue colonne sonore.
La scrittura di Weiner accompagna la mostra come una pratica parallela. Il primo dipinto legato al lutto nasce da una poesia, e molti appunti di questo periodo si collocano in una zona sospesa tra osservazione e confessione.
Questa porosità tra le forme è centrale in Something borrowed, something plum. I dipinti trattengono l'immediatezza del gesto; le poesie catturano i pensieri che lo permeano; i simboli e i paesaggi frammentati mappano la distanza tra esperienza e interpretazione. Nel loro insieme, restituiscono il lavoro di un’artista che mette alla prova fin dove un sentimento possa estendersi - attraverso il colore, il tempo, la superficie della tela.
La mostra si sofferma nello spazio che precede e segue un evento, quando l’emozione comincia a farsi struttura. I dipinti non risolvono le dualità che li hanno generati - lutto e nozze, prugna e giallo, frattura e riparazione - ma lasciano che queste forze condividano la stessa superficie, il tempo necessario a renderne visibili i margini. Per Weiner, trattenerle in questo spazio coincide anche con un gesto di liberazione: rendere il passato sufficientemente leggibile per poterlo superare.
















