Esiste da tempo, anche se fonte di contrasti e contraddizioni, quella che è stata definita la memoria dell’acqua. Una teoria che ipotizza che l’acqua possa conservare informazioni o tracce (o stimoli come pensieri, parole, musica) con cui è entrata in contatto, anche dopo che queste sono state diluite o rimosse, modificando la sua struttura molecolare. Una teoria alla base dell’omeopatia, ma che a livello scientifico, per quanto suggestiva, viene considerata una pseudoscienza in assenza di prove riproducibili e verificabili e i cui risultati non superano i test scientifici standard.

Il riferimento a questa sorta di mito ascientifico può apparire superfluo, ma fa capire il valore di ricerche che si spingono verso la conoscenza del mondo e di tutte le sue componeneti ed interazioni. Ecco perché non ci misuriamo con la memoria dell’acqua, ma con quella più percepibile dei ghiacciai che pur di acqua sono formati.

Acqua antica, fossile, ancestrale, miniera e bagaglio di incredibile importanza per capire che cosa è accaduto sul pianeta sin dai tempi più remoti, quelli nei quali l’umanità era di là da venire sulla Terra. Un tentativo di conservare memoria e tracce concrete del passato del pianeta oggi che a causa di molteplici fattori e dell’indubbia accelerazione prodotta dall’impatto umano su equilibri altrimenti immutabili e su scale per noi inimmaginabili corrono il serio pericolo di scomparire e con esse tutto quello che raccontano e custodiscono da centinaia di migliaia di anni.

Questo è il senso concreto e il valore dell’impresa scientifica compiuta da un team di ricerca coordinato dal Cnr e dall’Università Ca’ Foscari che hanno lavorato intensamente per 15 giorni a 4.100 metri di quota sul ghiacciaio Corbassière, sul massiccio del Grand Combin, al confine tra Italia e Svizzera. Qui scienziati e ricercatori hanno estratto due carote di ghiaccio profonde fino alla base del ghiacciaio. Una di queste sarà destinata all'archivio Ice Memory in Antartide perché sia conservata per le future generazioni di scienziati. L’altra oggetto di controlli ed accertamenti nei laboratori del Cnr a Venezia.

È stata la prima missione realizzata nell’ambito di “Follow the Ice – La memoria dei ghiacci”, iniziativa della Fondazione Università Ca’ Foscari supportata da SEA BEYOND, progetto del Gruppo Prada condotto in partnership con la Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO (UNESCO-COI) dal 2019.

Il substrato roccioso è stato raggiunto due volte, a 99,5 e 98,9 metri, decretando il successo della spedizione, hanno osservato i membri del team. Per 15 giorni, scienziate, scienziati e personale di supporto hanno lavorato senza sosta superando difficoltà tecniche che hanno rischiato di compromettere la missione e condizioni meteorologiche proibitive, con venti fino a 100 chilometri orari, frequenti nevicate e temperature percepite fino a -35°C.

Gli accertamenti compiuti hanno permesso di registrare la temperatura di -8°C alla base del ghiacciaio e questo viene considerato di grande rilevanza perché conferma che il ghiaccio prelevato ha le caratteristiche ideali per raccontare la storia climatica e ambientale della regione. Una carota, come dicevamo, sarà analizzata nei laboratori di Venezia. L’altro campione sarà invece conservato nel quadro della missione patrocinata dall’Ice Memory Foundation, che si propone di salvare carote di ghiaccio da venti ghiacciai di alta quota minacciati dal cambiamento climatico, per conservarle in Antartide a beneficio delle future generazioni di scienziate e scienziati.

È stata una delle missioni più complesse degli ultimi anni, ma la preparazione e la dedizione del team hanno permesso di superare sia gli ostacoli tecnici che le condizioni proibitive e portare in salvo un campione di ghiaccio fondamentale per conoscere meglio le dinamiche ambientali e climatiche dell’arco alpino – ha sottolineato Carlo Barbante, professore ordinario di Paleoclimatologia a Ca’ Foscari, associato senior al Cnr-Isp e vice-presidente della Fondazione Ice Memory - scienziate e scienziati che proseguiranno il nostro lavoro nei prossimi decenni saranno grati a tutte le organizzazioni che hanno contribuito a raggiungere questo risultato di straordinario valore scientifico e culturale.

Ci siamo trovati più volte al limite e sul punto di dover rinunciare, ma abbiamo sempre trovato l’energia e le soluzioni per proseguire fino in fondo - aggiunge Jacopo Gabrieli, coordinatore della missione e ricercatore del Cnr-Isp - il Grand Combin si è confermato un sito difficile, in cui le condizioni del ghiacciaio peggiorano a causa dal cambiamento climatico in modo sempre più evidente. Negli strati superficiali e fino a una trentina di metri di profondità, il ghiacciaio è come una spugna imbevuta d’acqua a causa della fusione estiva. Questo fenomeno ha compromesso il segnale climatico fino a oltre 20 metri di profondità, speriamo di trovare un ghiaccio più preservato nei comparti più profondi.

Questa missione è un esempio concreto della nostra responsabilità scientifica verso le generazioni future: custodire oggi archivi naturali che tra pochi anni potrebbero scomparire è un dovere etico, oltre che un impegno scientifico.

Dichiara Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di scienze polari del Cnr e professoressa ordinaria presso l’Università Artica di Norvegia.

I campioni prelevati dai nostri ghiacciai in tutto il mondo sono tesori inestimabili. Le future generazioni di scienziati e scienziate faranno nuove scoperte scientifiche ancora molto tempo dopo la scomparsa definitiva di questi archivi. Per questo mi dedico con così grande impegno alla Ice Memory Foundation.

Aggiunge il professor Thomas F. Stocker, fisico del clima e presidente di Ice Memory Foundation.

La missione è stata resa possibile dalla collaborazione delle amministrazioni locali, in particolare il Comune di Ollomont e il Comune di Valpelline, la locale Protezione civile, le autorità del Cantone Vallese e del comune svizzero di Bagnes, e dai partner tecnici Karpos e AKU.

Nel 2020, un primo tentativo di carotaggio sul Grand Combin fu interrotto a causa della presenza imprevista di acqua, dell’instabilità stratigrafica e di problemi tecnici. L’analisi di quei campioni dimostrò, con una pubblicazione su Nature Geoscience, che gli strati superiori del ghiacciaio avevano già perso importanti segnali chimici climatici a causa del riscaldamento globale e della percolazione dell’acqua di fusione, una conferma drammatica che questi archivi naturali stanno scomparendo più rapidamente del previsto.

Il team ha quindi organizzato questa nuova spedizione con l’ambizione di portare in salvo la memoria del Grand Combin, utilizzando anche un nuovo carotiere elettrotermico. Il primo carotaggio iniziato il 20 maggio 2025 si è fermato a 55 metri di profondità. Cambiata strumentazione e punto di perforazione, il lavoro è proseguito con turni di lavoro fino a tarda sera, che hanno permesso di raggiungere la roccia sottostante il ghiacciaio a 99,5 metri di profondità lunedì 26 maggio alle 21.45. Le operazioni sono quindi proseguite per una terza perforazione, che ha raggiunto l’obiettivo a 98,9 metri di profondità giovedì 29 maggio. Durante tutta la missione sono state condotte misurazioni meteo-climatiche per lo studio degli scambi di energia.

Oltre a rappresentare una corsa contro il tempo per salvare dati scientifici insostituibili, questa spedizione abbraccia anche una dimensione educativa e culturale di ampio respiro. Il progetto “Follow the Ice” coinvolgerà infatti scuole secondarie di tutto il mondo che parteciperanno al quarto ciclo del modulo educativo SEA BEYOND. Dal lavoro congiunto di UNESCO-COI e Fondazione Università Ca’ Foscari verranno infatti sviluppate risorse didattiche incentrate sulla scienza dei ghiacciai e sul cambiamento climatico, che saranno condivise anche sul Portale di Ocean Literacy e all’interno della rete internazionale di Blue School.

Un impegno dunque per le scuole di tutto il mondo e per garantire conoscenza e ricordo all’umanità intera. Certamente quello che è stato fatto ed accertato sul Grand Combin ha un cruciale valore scientifico, ma ha anche un altro significato non certo confortante: la nostra umanità contemporanea sta assistendo impotente e con crescente apprensione e una certa rassegnazione ad evoluzioni e mutamenti drammatici ed imponenti di elementi strutturali del mondo che conosciamo.

Riuscire a mantenerne la conoscenza e il ricordo è di fondamentale valore ed importanza oltreché utile a dare strumenti di analisi e di intervento per quanto ancora possibile: i cambiamenti climatici ci appaiono ineluttabili nella nostra ottica temporale ma sono dinamiche che fanno riferimenti a tempi epocali di secoli e millenni dunque il compito dell’umanità di oggi è quello di comprendere e conoscere in primo luogo e fare quanto possibile per fermare le dinamiche negative od attenuarle rispettando il pianeta che ci ospita. Solo così la memoria dei ghiacciai sarà il monumento vivente di quello che l’umanità può ottenere e costruire!