Fin da piccola ho avuto un forte legame con le parole. Parole da apprendere, da elaborare, da sudare, da trasporre, da rendere. E a cui essere profondamente riconoscente, perché mi hanno sempre fatto compagnia, diventando il filtro primario attraverso cui interpretare la realtà. Dopo gli studi di lingue e di antropologia mi sono rinchiusa nel nido e ho iniziato prima a scrivere parole mie, poi a correggere e tradurre parole di altri, poi entrambe.
Negli anni l’orizzonte si è allargato oltre le parole, conferendovi lo spessore e i sensi dell’esperienza, dei viaggi, delle scoperte, così da aggiungere visione, incanto e profondità a ciò che avrei potuto dire, scrivere e pensare. Ma ha aggiunto anche una costante, sottile sensazione di rammarico. L'apparente senso di molteplicità e di versatilità, scaturito da uno sguardo che ama tante cose e che esplora territori diversi, è in realtà una voce contraddittoria, una finta pienezza. È la sensazione di non trovare mai un punto d'appoggio definitivo, una certezza granitica. È la tragedia di non saper scegliere, di amare tanto, troppo e disordinatamente. Eppure, questo disordine è abitato da un immutato entusiasmo e da uno sguardo sempre teso alla sorpresa e alla meraviglia. È la capacità di incantarmi, ancora e per sempre.
Oggi posso finalmente elencare dei punti fermi, che rappresentano la mia fragile fierezza e il mio bagaglio. Amo scrivere, amo fotografare, amo il cinema, amo la musica, amo viaggiare, amo l'arte, amo le parole con cui lavoro, amo perdermi nella rete, amo la complessità e la bellezza del mondo, soprattutto là a Oriente, tra i templi millenari e le avanguardie del Giappone, il Paese che più di ogni altro mi ha toccato dentro e mi ha dimostrato che il senso di appartenenza può nascere improvvisamente, da adulti, nel pieno dell’altrove. Con ognuno di questi amori, non avendo la capacità e il coraggio di scegliere, vivo le mie incerte, smaniose, felici ore.
In questo scenario si staglia quella struttura concettuale che chiamo “Ombrello del Procrastino”, dove giacciono, ammassate ma vitali, le mie molteplici inclinazioni. Tuttavia, il Procrastino non è solo un custode passivo; si proclama esso stesso un hobby a pieno titolo, una disciplina che richiede spazio, dedizione e, paradossalmente, tempo. È sotto quest’ombrello che le mie passioni attendono il loro turno, spesso ostacolate da un’etica del lavoro ferrea che agisce da giudice.
Per me solo il lavoro rappresenta il vero "tempo di qualità", l'unica attività che mi concede il diritto di esistere senza rimorsi. Gli hobby, sotto l'ombrello del Procrastino, vivono in uno stato di sospensione punitiva, quasi fossero peccati di gola intellettuali. È un paradosso vivente: amo follemente le mie passioni, ma le vivo col fiato corto di chi si sente in difetto, trovando pace solo quando la penna o la tastiera producono valore concreto.
E a proposito di ore, negli anni ho cercato sempre più di prendermi cura del tempo, un dono che ci è stato concesso ma che non possiamo possedere. Ogni attimo può essere risorsa, ma non necessariamente azione. Anzi, imparare a prendersi del tempo anche solo per guardare la luce dorata che attraversa una finestra è conferire al tempo il suo valore più grande, una sfida diretta all’etica di cui sopra.
Oggi lavoro traduttrice da francese e inglese e editor per diverse agenzie, scrivo articoli, long form, presentazioni e post per siti web e aziende. Quella con Meer è la mia prima collaborazione con una rivista: un incrocio bellissimo tra le mie parole private, la cura del tempo e l’ampio orizzonte del mondo. Qui spero che l'Ombrello del Procrastino possa chiudersi un attimo, lasciando che le mie passioni, finalmente libere dal senso di colpa, trovino la via della pagina e diventino, esse stesse, lavoro di qualità.