Lo dico subito: Rilke non mi piace, né come personaggio, né come poeta. Mi appare infatti, in estrema (e ingiusta) sintesi, come un disadattato eternamente depresso che scrive poesie cervellotiche e inutilmente oscure.

Vi domanderete: se non ti piace Rilke, perché scrivi di lui? In realtà, il poeta boemo/austriaco è un po’ il pretesto per parlare di un luogo, Duino e il suo castello, a cui fu profondamente legato.

Avendo trascorso da trent’anni a questa parte le mie vacanze estive a Bibione, spiaggia dell’alto Adriatico a metà strada fra Venezia e Trieste, ho avuto modo di visitare il castello di Duino a più riprese, rimanendone sempre affascinato. Ed ho più volte percorso, nei due sensi, il sentiero che collega Duino e Sistiana sulle falesie a picco sul golfo, dove Rilke si recava a meditare e che prende il nome dal poeta.

Ma andiamo per ordine.

Rainer Maria Rilke

Cominciamo col personaggio: Rilke nasce a Praga nel 1875, da una famiglia piccolo-borghese declassata della minoranza linguistica tedesca; circostanze che già fissano in lui un carattere esistenziale d’inadeguatezza, predisponendolo già ad una vita “diversa” e “separata”.

Nonostante il successo della sua carriera letteraria, si considererà sempre un diseredato, deluso nelle sue speranze e mai soddisfatto dei risultati raggiunti.

Conduce una vita errabonda e tumultuosa girando in lungo e in largo per l’Europa e cambiando più volte residenza tra Germania, Italia e Parigi, sempre intento a piatire l’amore delle donne (la più famosa delle quali fu Lou Andreas-Salomé) o la considerazione dei “grandi uomini” (Tolstoj, Rodin) verso i quali concepisce una riverenza senza limiti. Fissa, infine, la sua instabile dimora in Svizzera, dove resterà fino alla morte, avvenuta nel 1926 nel castello di Muzot.

Quanto alla sua opera, inizia sotto l’influenza degli esteti decadenti fin de siècle riuniti a Monaco di Baviera e di quella della comunità “proto-hippie” di Worspede, dove si riuniscono giovani artisti insofferenti delle accademie. Nel complesso, e molto semplificando, si può dire che la sua poesia si caratterizzi per un simbolismo estetizzante, abbia ambigue tonalità religiose e una tendenza alla soggettività e alla fantasticheria. Non ha alcun contenuto politico e sociale e rimane sostanzialmente isolata dall’esperienza delle grandi avanguardie artisiche (quella, per intenderci, di Joyce, di Apollinaire, del dadaismo e del surrealismo). Può invece essere situata nella koyné intellettuale mitteleuropea di quegli anni, la stessa di Stefan George e di Hugo von Hofmannsthal, di derivazione essenzialmente nietzschiana e irrazionalista riportata in auge dalla casa editrice Adelphi presso il “ceto medio riflessivo” nostrano già marxisant.

Per finire: la mia “antipatia” per Rilke è aumentata da quando ho scoperto che il poeta è spesso visto dal grande pubblico come una guida spirituale, come un maestro che può condurre a una vita più soddisfacente e meno ansiosa. Specie negli Stati Uniti, la sua poesia, paragonata a quella del mistico sufi Rumi e del poeta libanese-americano Kahlil Gibran, è stata vista quale letteratura sapienziale, utilizzata dalla comunità New Age e nei libri di self-help (orrore!). E i testi rilkiani (specie quelli tratti dalle “Lettere a un giovane poeta”) sono tra i più frequentemente citati in occasione di matrimoni, lauree e funerali…

Duino e il suo castello

Le falesie di Duino sono pareti rocciose bianche che scendono a picco per novanta metri sul golfo sottostante, con viste panoramiche fino a Trieste e la costa istriana.

Le falesie, protette dal vento di bora, ospitano il leccio e il cipresso, ulivi e alberi di fico. Sulla loro sommità, la pineta, mista a un sottobosco di quercia e frassino, contrasta con l’ambiente caldo e mediterraneo immediatamente sottostante. Ci sono sia piante della macchia mediterranea sia specie arboree tipicamente prealpine che d’autunno si tingono di rosso e d’arancio. All’ombra degli alberi spuntano ciclamini del Carso, iris nere, violette lilla e bianche. Insomma, un luogo magnifico, dove il Mediterraneo incontra la Mitteleuropa.

Sulla sommità delle falesie passa il sentiero Rilke che porta questo nome a ricordo del soggiorno del poeta nel vicino castello, nel 1912.

Il castello appartiene tutt’oggi ai principi di Thurn und Taxis la cui complessa genealogia si può così sintetizzare: iniziarono come famiglia della Torre-Valsassina e furono, nel Medioevo, Consoli e Capitani di Milano eletti dal popolo. Il cognome subí una germanizzazione quando divennero Conti del Sacro Romano Impero nel XVI secolo e presero possesso di Duino. Tramite complicati intrecci araldici finirono nei secoli per essere imparentati con molte case regnanti come i Gonzaga-Nevers, le dinastie di Grecia e Danimarca, i Bonaparte. Quando Duino, dopo la Prima Guerra Mondiale, da austro-ungarica divenne italiana, il nome della casata fu anche detto “di Torre e Tasso”.

A Duino i Thurn und Taxis instaurarono una tradizione di mecenatismo che vide sfilare nel tempo, oltre a Rilke, noti poeti, scrittori e musicisti provenienti da tutta Europa, fra cui Franz Liszt, Victor Hugo, Mark Twain, Eleonora Duse, Gabriele D’Annunzio, Hugo von Hofmannsthal e Paul Valéry.

Arroccate su uno sperone roccioso di fronte al castello si trovano le rovine del Castello Vecchio. Qui, secondo una leggenda, l’infelice Dama Bianca, gettata in mare da un marito geloso, si trasformò in roccia. Nella stupenda insenatura tra i due castelli, emerge lo scoglio detto dalla tradizione popolare “di Dante”, perché si vuole che il sommo poeta, quand’era ospite al castello del Patriarca di Aquileia, vi si recasse a meditare (anche lui, come Rilke, ma allora è una mania!). A seguito della sua visita, vi compose una terzina della Divina Commedia dedicata a Duino: “Io venni in luogo d’ogni luce muto che mugghia come fa mar per tempesta se da contrari venti è combattuto”.

L’interno del castello non delude e ne denota la plurisecolare storia. Pareti ricoperte di antichi parati che quasi scompaiono sotto innumerevoli incisioni, acquarelli, pastelli e ritratti di famiglia. Un’acquaforte di Whistler qua, un disegno di centauri del Tiepolo là, anfore greche, porcellane di Vienna e di Meissen, vetrine di tartaruga e di bronzo dorato, ventagli, statuette inglesi e miniature. Una galleria degli antenati, raffigurati come guerrieri a cavallo o ieratici principi della chiesa, e i quadranti polverosi di innumerevoli pendole immobili, dove ormai batte solo l’ora fissa dei ricordi. Fra i cimeli non poteva mancare una vetrina dedicate a Rilke, al cui interno vi sono foto del poeta e bigliettini vergati con la sua scrittura nitida e fine.

E ovunque grandi finestre e balconi da cui entra tutto l‘azzurro del cielo e del mare.

La terrazza, detta “di Rilke” in quanto cara al poeta, costruita sopra una delle torri di fortificazione verso il mare è uno spazio quadrangolare con balaustra di pietra, dove in rigogliosa confusione crescono fiori di ogni specie in mezzo a una lussureggiante edera. In mezzo, un pozzo veneziano di marmo rosa con un grande cespo di rose sempre fiorite, fatte piantare in occasione della visita di D’Annunzio e in suo onore, sopra la quale si trova una pergola carica di uva. Ricordo che durante una delle mie visite al castello da quella terrazza vidi, su segnalazione del custode, l’attuale principessina di Thurn und Taxis intenta a nuotare nelle acque cristalline del mare novanta metri più sotto.

Rilke a Duino

Dall'ottobre 1911 al maggio 1912 Rilke soggiornò al castello di Duino, ospite della sua ammiratrice e protettrice, la principessa Maria von Thurn und Taxis. Lì, dopo un lungo periodo di concentrazione e in preda all'ispirazione, scrisse nel gennaio e nel febbraio del 1912 le prime due di quelle che poi chiamò le “Elegie di Duino”.

Rilke aveva Iniziato il suo inverno solitario a Duino sentendosi scoraggiato, lamentandosi della mancanza di ispirazione. Finché un giorno pare abbia sentito arrivare dal vento, mentre camminava vicino alle scogliere, una voce che gli dettò i primi versi.

Ma lasciamo che a raccontare il momento sia Marie von Thurn und Taxis, nel suo libro “Ricordo di Rainer Maria Rilke”:

Rilke mi raccontò com’era nata l’elegia. Non aveva alcun presentimento di quello che si agitava in lui (…) fu colto allora da una grande tristezza e cominciò a credere che anche quell’inverno sarebbe trascorso invano (…) fuori soffiava una bora violenta, ma splendeva il sole e il mare brillava turchino, come se fosse trapunto d’argento (…) Rilke camminava su e giù, tutto assorto nei suoi pensieri (…) All’improvviso si fermò in mezzo alle sue riflessioni, perché gli era sembrato che nel fragore della tempesta una voce avesse gridato verso di lui: Chi, s’io gridassi, m’ udrebbe mai dalla sfera degli angeli? Si era fermato in ascolto (…) aveva preso il suo taccuino che portava sempre con sé, aveva scritto quelle parole aggiungendo subito degli altri versi che gli nascevano spontanei (…) Alla sera tutta l’elegia era stata scritta. Poco dopo seguì la seconda, l’elegia degli angeli.

Lasciatemi esprimere tutta la mia perplessità circa l’incipit delle “Elegie di Duino”. La voce di un angelo? E in che lingua poi, in tedesco? Dove sono il mare, la vegetazione lussureggiante e quella luce abbagliante e mediterranea, ma nel contempo azzurrina e già “nordica“ che permea il golfo di Trieste? Dov’è insomma la natura, per me fonte prima dell’ispirazione poetica?

Paragoniamo l’incipit delle Elegie duinesi a quelli di altre poesie di autori a lui contemporanei e appartenenti alla stessa temperie culturale.

Quella, celeberrima de “La pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio:

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti.

O quella, altrettanto famosa del “Cimitière marin” di Paul Valéry:

Ce toit tranquille, où marchent des colombes
Entre les pins palpite, entre les tombes ;Midi le juste y compose de feux
La mer, la mer, toujours recommencée!

Qui sì che si sentono la luce, la vegetazione rigogliosa, il mare, la natura!

Come tutta la poesia di Rilke, anche le Elegie duinesi non sono facilmente accessibili, parlano per enigmi e ambiguità. Sono poesie intensamente religiose e mistiche che impiegano (in modo atipico rispetto all’ interpretazione cristiana) il simbolismo degli angeli e della salvezza.

Secondo alcuni critici, l'estrema "difficoltà" che viene comunemente attribuita alle elegie di Duino è in parte intrinseca, ma in parte anche fittizia, nel senso che è stata creata dai preconcetti dei suoi lettori, dai loro tentativi di scoprire nella poesia e di estrarre da essa concezioni astratte e idee filosofiche che gli sono in realtà estranee.

Conclusione

Nel concludere l’articolo, mi accorgo di aver “massacrato” il povero Rilke, senza peraltro essere in possesso degli strumenti critici, filologici e linguistici per poterlo fare impunemente. Ma cosa ci volete fare, per me la poesia non va compresa e analizzata, è illuminazione, flash, satori. Colpisce come un lampo o no. Ecco, Rilke non mi colpisce, mai.

Me ne scuso coi lettori, specie coi suoi tanti ammiratori. Spero almeno col mio pezzo di aver suscitato un interesse per i luoghi magnifici cari al poeta, che ho provato a descrivere.