Le ultime vicende afgane hanno fatto riemergere nella mia mente l’annoso dubbio su quale motivazione, ancor oggi, possa spingere uomini di diverse popolazioni e credi religiosi a sottomettere la donna al loro potere assoluto, quasi a porla nella razza umana ad un livello inferiore rispetto l’uomo. Se le motivazioni si possono ascrivere alla religione, alla gelosia per il crescente successo della donna, alla frustrazione per non avere potuto raggiungere l’uomo quel livello di capacità operative che la donna ha dimostrato di avere quando è libera di operare senza le oppressioni maschiliste o, infine, se ciò è dovuto alla paura vera e propria da parte dell’uomo che venga sfatato l’atavico mito di “sesso forte” ancora vigente nelle società patriarcali.

A tale scopo di seguito riporto delle brevi considerazioni sullo “status” della donna, dall’antichità all’attuale periodo storico, e sul rapporto paura-violenza, anche in relazione al crescente riconoscimento nel mondo dei diritti della donna.

Ai primordi della civiltà

È certo che agli inizi della civiltà umana alla donna venivano attribuiti valori e poteri maggiori che nei periodi successivi. Basta ricordare il periodo storico del culto della Grande Madre o Dea Madre, una divinità femminile primordiale forse la più antica pensata dall’uomo, adorata nella preistoria da molte popolazioni in un periodo che va approssimativamente dal 35.000 a.C. al 3.000 a.C.

Una divinità che rappresentava il ciclo vitale umano, dalla nascita, alla crescita e fino alla morte, ed era strettamente legata al culto della Madre Terra, con la personificazione della natura nella donna. Nel periodo delle venerazioni della Dea Madre le considerazioni positive della donna da parte dell’uomo hanno probabilmente raggiunto il massimo livello. E forse fu quello il primo periodo di matriarcato in cui nell’uomo si innescò il senso di gelosia e forse anche di paura verso il crescente potere della donna che riduceva di conseguenza il potere dell’uomo.

Nei secoli successivi

Purtroppo, in aiuto delle donne, per il riconoscimento dei loro diritti al pari di quelli degli uomini, non sono venute né le religioni, né i grandi filosofi dell’antichità, né i grandi pensatori moderni. Sono tantissime le citazioni che è possibile evidenziare in tal senso, da quelle bibliche a quelle di moderni studiosi.

Alla donna (Dio) disse: Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te.

(Bibbia, Genesi: 3,16)

La libertà concessa alle donne è dannosa sia alfine della costituzione dello Stato sia per la sua felicità.

(Aristotele, Politica II, 1269b)

Se tu cogli tua moglie in adulterio, potresti ucciderla senza processo impunemente; se invece fossi tu a commettere adulterio, per tua iniziativa o per iniziativa di un’altra donna, tua moglie non oserebbe toccarti con un dito, perché la legge non glielo consente.

(Catone , Orazioni, frammento 201)

Tra gli uomini vige anche l’ordine della natura per cui le donne siano soggette ai mariti e i figli ai genitori, poiché anche in questo caso è giusto che la ragione più debole sia soggetta alla più forte. Riguardo perciò al comandare e al servire è evidentemente giusto che coloro i quali sono superiori quanto alla ragione siano superiori anche quanto al comando.

(Sant’Agostino, Questioni sull’Ettateuco1, libro 1, 153)

Le cose non andarono meglio nel Medioevo, quando le donne, a qualunque ceto appartenessero, erano pur sempre considerate elementi sociali deboli e da proteggere, ma non ravvisando la necessità di sottoporle a adeguata istruzione (l’istruzione della donna veniva spesso ostacolata per porre una limitazione alla sua emancipazione).

Già nel Medioevo le bambine venivano promesse spose secondo gli interessi politici o economici della famiglia. Il quel periodo fiorirono le cosiddette “vocazioni forzate”; era il periodo in cui le donne per precisi scopi, certamente non religiosi, venivano inviate nei conventi contro la loro libertà. La sessualità era poi un vero tabù.

Per ultimo, riferendomi ad un’epoca a noi prossima, desidero citare una famosa frase attribuita a Sigmund Freud che non ha bisogno di commenti:

La donna è un maschio menomato, un sacco vuoto, un individuo castrato.

La donna guerriera e ai posti di comando nella società

Non sono però mancate nel corso dei secoli particolari civiltà dove anche la donna è emersa come donna fisicamente forte, come guerriero, riducendo così fortemente nell’immaginazione popolare il divario tra la forza fisica dei due sessi.

Ci furono le donne guerriere che facevano parte della mitologia greca (le Amazzoni), ricordate come tali nei secoli scorsi, ma negli anni ‘90, dopo il rinvenimento di corpi di donne guerriere vissute tra il 700 a.C. e il 500 d.C., ne è stata confermata la reale esistenza al di là dei racconti mitologici.

E le donne guerriere vietnamite o le donne appartenenti a corpi militari normali e speciali di vari Paesi che nei recenti periodi storici hanno dimostrato capacità combattiva pari agli uomini?

Si potrebbe fare una lunga elencazione di donne che, nel corso dei secoli e sino ai giorni nostri, hanno dimostrato grandi capacità operative e gestionali, che usualmente erano di spettanza dell’uomo, raggiungendo alti livelli del potere politico o religioso nei rispettivi Paesi.

Ma a questi brevi sprazzi di luce si evidenzia ancora oggi, in molte parti del mondo, un pieno oscurantismo culturale, con l’uomo che fa emergere il suo atavico istinto patriarcale del “sesso forte”, forse con reminiscenza del periodo storico in cacciava e procurava cibo per la sopravvivenza della famiglia, mentre la donna, pur sottoposta a gravi oneri anche fisici e a violenze familiari doveva principalmente accudire la prole e organizzare la quotidiana vita familiare per la sopravvivenza. Non è tuttavia escluso che dette violenze abbiano sortito l’inaspettato effetto di temprare la donna sempre più fisicamente e psichicamente, di rafforzarla anziché indebolirla.

Dalla frustrazione e dalla paura nasce la violenza

Le donne, attraverso l’avvenuto riconoscimento dei propri diritti nei Paesi più avanzati, hanno di fatto e legittimamente invaso parte del campo di azione degli uomini, togliendosi così dall’isolamento in cui per secoli erano state relegate. Purtroppo, tale evoluzione non è avvenuta in tutto il mondo, anzi in tanti Paesi non è neanche iniziata, soprattutto in quelli dove vige un sistema fortemente patriarcale o un regime dittatoriale e ciò indipendentemente dal credo religioso dominate.

Purtroppo si tratta di Paesi in cui gli uomini esercitano ancora un forte potere sulla donna, con una volontà spesso nascosta di volere assolutamente reprimere ogni possibilità per la sua crescita culturale. È legittimo pensare che la spiegazione più plausibile possa essere la frustrazione derivante dal potenziale successo ottenuto dalla donna quando è lasciata libera di evidenziare le sue capacità senza alcuna repressione. Paesi in cui l’uomo resta ancora ancorato ad una subcultura che lo ha portato a giustificare atti di violenza sulla donna come una sorta di follia momentanea o celarli come azioni commesse da menti turbate, mentre si è trattato di atti di pura violenza efferata riscontrabili sono in alcune specie di animali selvatici.

Bisogna ricordare che la violenza nasce dentro le culture tradizionali e trova terreno fertile nell’incapacità che hanno queste culture di interpretare la via del cambiamento e di riconoscere e mettere in risalto la dignità e la libertà delle donne per vivere la loro vita alla pari degli uomini.

Un caso tipico di frustrazione è probabile che si possa verificare, ad esempio, quando in famiglia lavorano marito e moglie e temporaneamente il marito resta senza lavoro. È quello un momento potenziale in cui il successo femminile può creare frustrazione in una mente debole, frustrazione che può degenerare in rabbia, per trasformarsi successivamente in desiderio di punire e dunque in atto di violenza che, in particolari situazioni economiche familiari, può anche degenerare in femminicidio. A proposito di femminicidio, attualmente largamente diffuso in tutti i Paesi cosiddetti evoluti, ritengo utile ricordare che esso, anche se in forma diversa da quella attuale, non è un fenomeno nuovo ed è stato quasi sempre legato ad un particolare stato dell’uomo: di gelosia o di mortificazione o di frustrazione. Basta pensare al periodo medievale in cui molte donne venivano accusate di stregoneria e messe al rogo, per scoprire poi che quasi sempre si trattava di donne che avevano avuto il coraggio di resistere ad atti di violenza che su di loro volevano esercitare appartenenti ai poteri forti di quell’epoca. E non fu quella una vera ignobile campagna di “femminicidio” per disobbedienza della donna alla tentata prevaricazione dell’uomo?

Alle motivazioni citate si somma poi un aspetto sociale tradizionale secondo cui l’uomo non poteva e in alcune società non può ancora uscire sconfitto dal rifiuto della donna, perché l’accettazione passiva di tale disubbidienza poteva lenire la sua “dignità di uomo” difronte la società di appartenenza. Dunque una violenza dell’uomo sulla donna per non apparire debole e per non mettere in dubbio le sue qualità di “sesso forte”.

L’esempio più eclatante di forzata sottomissione della donna all’uomo è sicuramente quello dei Paesi musulmani dove la Sharia rientra tra le norme di governo e dove la donna è privata dei principali diritti universali e il fatto ancora più grave è che tale divieto non è dettato dal Corano, ma da alcune interpretazioni della Sharia, soprattutto a seguito di frasi enunciate da antichi studiosi dell’Islam.

Per quanto sopra descritto, è dunque legittimo ipotizzare che tali disposizioni dell’uomo verso la donna possono derivare anche da una sorta di autodifesa che l’uomo crea della sua immagine di “sesso forte”, e per mantenerla ha bisogno che la donna continui ad essere a lui sottomessa. E per legittimare tale sottomissione si rende necessario che alla donna sia impedito di conoscere ciò che il mondo rappresenta per le altre donne libere dal patriarcato, di potere vedere il vero colore del cielo, di potersi esprimere nella società sapendo di essere ascoltata, di potere subire la stessa sorte degli uomini nel caso di mancato rispetto delle norme civili e penali, di potere esternare i suoi pensieri nel campo politico e sociale, nei settori tecnici, ecc.

Queste preliminari riflessioni inducono a credere:

  • che questo atteggiamento di prevaricazione dell’uomo possa essere frutto dell’atavica cultura del patriarcato in cui egli stesso è immerso;
  • che questo potere, spesso violento, possa derivare da un sistema di autodifesa che porta l’uomo ad attaccare la donna attraverso l’impedimento di una sua crescita culturale;
  • che questa sorta di prevaricazione possa in parte derivare all’uomo dalla paura che la donna, col riconoscimento dei propri diritti, possa acquisire anche un’autonomia economica tale da non dovere più dipendere dall’uomo per la sua sopravvivenza;
  • che l’uomo, per quanto sopra descritto, trovi proprio nella violenza fisica un modo per rassicurarsi della propria superiorità rispetto alla donna e calmare così la sua paura e la sua frustrazione per la potenziale crescita del potere della donna nella società.

Mentre scrivo, mi convinco sempre più che questa invasione di campo da parte delle donne, ormai accettata in moltissimi Paesi, anche musulmani, faccia realmente paura a quegli uomini che tentano di giustificare l’impedita libertà delle donne con le solite anacronistiche interpretazioni coraniche.

In alcuni Paesi, con stretta e rigida osservanza della Sharia, si è addirittura creato l’odio verso la donna al punto tale che la nascita di una donna riesce a rattristare la famiglia, come ci ricorda Malala Yousafzai, giovane attivista pakistana premio Nobel per la pace 2014:

Ero una bambina, venuta alla luce in un paese in cui, quando nasce un maschio, tutti escono in strada e sparano in aria, mentre le femmine vengono nascoste dietro una tenda, perché già si sa che nella vita il loro ruolo sarà semplicemente quello di far da mangiare e mettere al mondo figli. Per molti pashtun2, quello in cui nasce una femmina è un giorno triste.

Emerge ancora una volta in maniera chiara la voluta superiorità dell’uomo sulla donna.

La libertà della donna è legata alla democrazia del proprio Paese

È ormai ben noto che nei Paesi musulmani dove è avviato un processo di secolarizzazione la donna si appropria sempre più dei propri diritti universalmente riconosciuti per tutti gli esseri umani, ma purtroppo assistiamo ancora a grandi differenze tra un Paese e un altro. Attualmente, ad esempio, i due casi estremi nel mondo arabo li riscontriamo in Tunisia e in Afganistan, due Paesi con quasi il 100% di musulmani.

In Tunisia, dove il 98% sono musulmani, alle donne sono riconosciuti quasi tutti i diritti delle donne occidentali: sono libere nel modo di vestire, sono libere di accedere ai posti di potere economico e politico, nel matrimonio, nel divorzio, ecc.

In Afganistan, dove il 99,7% sono musulmani, le donne sono invisibili, nascoste in un burqa, senza la possibilità che altri, all’esterno della loro abitazione, possano vedere i loro occhi, totalmente sottomesse all’uomo ed è loro fortemente ridotto l’accesso all’informazione internazionale.

Che la donna abbia ben altri desideri, purtroppo repressi nei citati Paesi, lo dimostra il fatto che in diversi Paesi musulmani le donne, quando hanno avuto la possibilità di assaporare per un breve periodo un leggero odore di libertà, si sono rese visibili e si sono inserite tra la popolazione senza alcun particolare veto. Quando poi il loro Paese è ritornato al “regime della Sharia”, sono stati reintrodotti usi e costumi patriarcali e le donne sono state nuovamente sottoposte al potere assoluto dell’uomo e private della loro già assaporata libertà.

Menziono tra questi Paesi l’Algeria, dove nel periodo post indipendenza le donne musulmane usavano ancora vestirsi alla francese, quasi per confondersi tra la folla con le donne non musulmane, ma superato il periodo della colonizzazione si è avuto un triste ritorno al passato, anche se oggi nelle principali città comincia ad essere mitigato soprattutto nella media e alta borghesia.

Un breve periodo di libertà fu riscontrato anche in Iran, Turchia, Iraq e Pakistan, dove il ritorno al passato ha significato il ritorno alla Sharia che, inserita nell’ordinamento dello Stato, ha riportato la donna indietro nel tempo di diversi decenni, relegandola nuovamente ad una condizione di chiara inferiorità rispetto l’uomo.

Forse si sottovaluta che sotto lo stato di costrizione la donna è accondiscendente alle imposizioni patriarcali solo per timore, anche se non è escluso che alcune donne musulmane possano non avere capito il significato di alcune restrizioni a loro imposte, come l’obbligo di portare il velo che impedisce la vista serena dell’ambiente naturale che le circonda nel senso generale del termine. Infatti, come ha scritto Oriana Fallaci nel suo libro Le radici dell’odio – La mia verità sull’Islam:

Sono dunque le donne più infelici del mondo, queste donne col velo. E il paradosso è che non sanno di esserlo perché non sanno ciò che esiste al di là del lenzuolo che le imprigiona.

Perché l’uomo potrebbe avere paura della donna?

Le donne sono maggiormente forgiate rispetto gli uomini per avere atavicamente superato momenti di dolore e di difficoltà di ogni genere e, nello stesso tempo, nell’attività lavorativa, nei Paesi dove è loro consentita, per avere dimostrato e continuare a dimostrare doti eccellenti, con un livello di capacità e affidabilità superiore a quella di molti uomini. E non può passare inosservato che spesso la donna lavoratrice che svolge un doppio lavoro, dovendo nella stessa giornata accudire la famiglia, deve soddisfare contemporaneamente anche le esigenze e le abitudini del marito.

Ma se per un momento pensassimo ad una inversione dei ruoli, siamo certi che l’uomo sarebbe realmente in grado di svolgere gli stessi ruoli della donna?

Dopo queste brevi riflessioni è anche verosimile comprendere il perché, in alcune collettività, l’uomo possa avere difficoltà ad abbandonare i privilegi che l’antica società patriarcale gli ha lasciato in eredità.

Infatti, se l’uomo, grazie anche al supporto delle tradizioni e alle interpretazioni religiose, può avere la donna a suo totale uso e consumo (sottomessa alle sue volontà, ubbidiente e accondiscendente a non esporsi allo sguardo degli altri, priva cioè della sua volontà e repressa nei suoi naturali desideri di donna, quasi un oggetto su cui eventualmente sfogare la propria violenza senza dovere dare alcuna giustificazione) perché dovrebbe abbandonare questo grande privilegio che la società in cui vive gli consente di avere? Perché dovrebbe acconsentire ad una elevazione culturale della donna agevolandole il suo accesso a tutti i livelli sociali di comando, riducendo così il suo potere?

Il seme della democrazia

L’Islam, che è sicuramente una religione di pace, al suo inizio sembrava anche portatrice di una ventata di novità positive sullo stato della donna, era infatti ammesso alla donna di avere una eredità e di mantenere il proprio cognome dopo il matrimonio, ecc. Dunque, una religione che avrebbe dovuto garantire alcuni importanti diritti alle donne, anche se non tutti quelli spettanti agli uomini. Purtroppo, nel corso dei secoli, a seguito dell’applicazione della Sharia nella sua originaria interpretazione, sono state introdotte delle pesanti discriminazioni proprio a danno delle donne.

Con l’ordinamento dello Stato dipendente dalla Sharia originaria si forma una struttura di comando della società col potere politico strettamente dipendente dal potere religioso, con la donna fortemente sottomessa alla volontà dell’uomo.

I malanni mondiali sono spesso dipesi dalle obsolete interpretazioni religiose dovute alla mancata storicizzazione dell’Islam, ma dobbiamo essere ottimisti, perché già importanti cambiamenti si registrano in Paesi musulmani che stanno ben interpretando la necessaria storicizzazione e contestualizzazione dell’Islam con grandi benefici per la collettività, al contrario di altri nei quali l’Islam è rimasto ancorato alle originarie interpretazioni coraniche e degli hadith3 da parte di grandi studiosi dell’Islam.

Purtroppo, da questa breve riflessione esce una figura ancora anacronistica dell’uomo-patriarca, dell’uomo con debole personalità, frustrato e ricco di paura per l’evoluzione dello stato della donna, di un uomo “costretto” ad ostacolarne l’emancipazione per non mettere a rischio il proprio potere di “maschio”.

Con grande dispiacere per quanti ancora ostacolano il riconoscimento dei diritti della donna, possiamo affermare che il seme della democrazia ha cominciato ad attecchire in tanti Paesi e alla democrazia è strettamente legato il rispetto dei diritti umani. Questo prezioso seme va però curato e adeguatamente irrigato, fin quando non si trasforma in una pianta robusta, solo allora avrà la forza di resistere a tutte le intemperie.

1 Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio più i libri storici: Giosuè e Giudici.
2 Gruppo etnico-linguistico che abita in prevalenza l'Afghanistan orientale e meridionale e il Pakistan.
3 Gli hadîth sono notizie di detti, di atti, di fatti raccolti e tramandati dai compagni del profeta e da alcuni dei suoi prossimi.

Bibliografia

Oriana Fallaci, Le radici dell’odio - La mia verità sull’Islam, BUR, 2017.
Paolo Ercolani, Contro le donne, Marsilio editore, 2016.
Stefano Ciccone, Maschi in crisi? Oltre la frustrazione e il rancore, Rosenberg & Sellier, 2019.