-Verschwunden.
-Mi scusi, lei come tradurrebbe Verschwunden in italiano?
La donna guardò con sorpresa l’uomo, esitò un istante e poi rispose.
-Smarrito! O forse meglio scomparso…
Poi, ripigliandosi.
-Mi scusi ma noi ci conosciamo?
-Oh, mi perdoni, ero sovrappensiero. E forse sono stato un po' troppo diretto. Maurizio Aliberti, piacere. L’ho vista nella sala precedente e ho sentito che parlava italiano con un signore che presumo sia… sia...
-Mio marito, esattamente…
-Lei ora sa il mio nome, posso conoscere il suo? Ribatté a quel punto lui, sorridendo.
-Sono Chiara Salinas.
-Appassionata di Paul Klee?
-No, non esattamente. Molto più di arte antica, primitiva. I moderni e i contemporanei mi sono sempre stati un po’ indigesti...
-Beh, a guardar bene anche Klee ha rivisitato e riproposto molti temi primitivi...
Disse l’uomo senza attendere una contro domanda e sovrapponendosi alle ultime parole della donna. Insistendo poi.
-Personalmente di ogni produzione artistica mi ha sempre affascinato più la parte mancante, non quello che c’è, che è rimasto. Noi tendiamo a basare la nostra conoscenza su quello che è visibile e disconosciamo tutto ciò che non vediamo - disse l’uomo - per questo entrando in questa sala sono stato attirato da quel dipinto scomparso.
E così dicendo indicò uno spazio vuoto tra due dipinti.
-Ho sempre diffidato per natura della realtà delle cose per come ci viene presentata. Prenda la musica, pensi a Mozart. Nessuno mi convincerà che il suo catalogo sia veramente completo. Infatti ogni tanto da qualche soffitta viennese salta fuori una sua partitura sconosciuta, a volte si tratta solo di scarabocchi… Ma sono oggetti di valore. Che hanno immenso valore in quanto aggiungono valore a ciò che già si conosce di un autore. Che si pensava fosse tutto. Un’idea difficile da accettare questa, soprattutto quando si guarda all’arte con presunzione, pensando di capire o sapere tutto. Convincersi che l’opera di un autore sia completa e definita. Mentre raramente è così. Come per questo dipinto di Klee…
-Cosa c’entra Klee, mi scusi? Disse la donna che si era già un po' distratta e stava osservando in quel momento il volto abbronzato e perfettamente rasato dell’uomo di fronte a sé.
-Lei forse non ha notato che nella numerazione di questi acquarelli c’è qualcosa che manca. Klee era molto metodico, tutto quello che faceva veniva da lui numerato e catalogato. Un aspetto del suo lavoro che è stato un vero regalo per tutti gli studiosi che si sono occupati successivamente di lui. Vede? Qui si passa dal K667 al K669 e io ho il sospetto che il K668 non sia scomparso o irrecuperabile, ma che esista da qualche parte. E una volta riportato alla luce avrà da dire la sua. E costringerà tutti ad un rimescolamento di carte. Questa ormai è una mia deformazione professionale.
-Una visione affascinante, senza dubbio... - aggiunse lei toccandosi i capelli - Mi scusi ma lei oltre a insidiare le signore con le sue storie intriganti cosa ci fa oggi qui, in un museo svizzero?
-Sono un cacciatore di opere d’arte scomparse. Anche oggi qui mi trovo alla ricerca di indizi per tentare di rintracciare un dipinto che si trova attualmente nella lista dei “desiderata” di un cliente facoltoso...
-Ma che bel lavoro! Mi faccia capire meglio… lei riceve l’incarico da parte di un collezionista di trovare una data opera d’arte che si presume esista ma non si sa dove si trova? Ho capito bene? Ah, ecco mio marito Theo…. Theo, ti presento il dottor Aliberti. Sì, è italiano. Un esperto d’arte…
-Piacere, Theo Ammann. È sempre un piacere conoscere persone con le quali condividere la passione per le cose belle. Lei abita qui a Basilea?
-No, sono di passaggio, sono qui per lavoro e…
-Caro, il dottor Aliberti ha una visione alquanto curiosa sulle cose dell’Arte - intervenne la donna, senza lasciare che l’uomo finisse la frase.
-Ah sì? - rispose curioso il marito - e quale sarebbe?
-È profondamente convinto che esistano importanti capolavori ancora sconosciuti, dispersi. E che la visione che noi abbiamo della storia dell’arte vada riconsiderata, perché a torto pensiamo sia completa, conclusa, insomma che non teniamo conto di quello che ancora non conosciamo.
-Ah, ma sono perfettamente d’accordo! Da voi in Italia basta fare un giro nei depositi dei musei, talmente ricchi che molto spesso è opera ardua anche solo immaginare un inventario completo. Beh, lei sicuramente saprà queste cose meglio di me... Comunque sì, lo ammetto, noi studiosi pecchiamo di presunzione e non teniamo minimamente conto di questa parte invisibile. È un peccato...
-Studioso di cosa, mi scusi, professor Ammann?
-Archeologo, caro dottor Aliberti, sono un archeologo…
-Molto interessante. Da ragazzo sono stato a lungo affascinato da Schliemann… poi un giorno ho visitato il museo Museo Egizio di Torino ed è stata una folgorazione. Da quel giorno ho deciso di studiare egittologia e per alcuni anni...
-Ah, ma allora conoscerà il famoso bronzo della Dea Isis qui a Basilea... - lo interruppe il professor Ammann - un capolavoro! Anche se voi in Italia, con il Museo di Torino, di capolavori non sentite la mancanza… - aggiunse sorridendo - io invece mi sono occupato per tutta la vita di scavi celtico-romani, la mia grande passione da sempre. Ho lavorato anche nel suo Paese, sa? Ero ancora studente, nell’85 ho partecipato a una campagna di scavi nell’alto Lazio, ah, che tempi quelli! Grandi ritrovamenti e ottimo vino… È stato anche l’anno in cui ho conosciuto Chiara. Che tempo straordinario.
-Sì, l’Italia è piena di bellezze - aggiunse il dottor Aliberti rispondendo con inaspettata complicità alle insistenti occhiate della donna - molti dei miei clienti, oltre a dipinti di arte moderna, amano collezionare reperti antichi. E più di una volta ho visionato proprio qui in Svizzera delle raccolte private straordinarie che farebbero invidia ad un grande museo.
-Amore, perché non invitiamo il dottor Aliberti un giorno da noi a cena così potete raccontarvi tutte queste vostre storie?
-Ma certo, cara, una ottima idea. Dottor Aliberti lei si ferma ancora a Basilea o…
-Io veramente ho l’aereo per Roma domani sera, mi farebbe molto piacere accettare l’invito ma…
-Oh, bene! Allora vuol dire che l’aspettiamo domani a colazione. Ecco, prenda, questo è il mio biglietto con l’indirizzo. Troverà un cancello con una casetta rosa e incontrerà una portinaia rumena un po' scorbutica. Non ci faccia caso. Lascerò detto il suo nome…
-Sono contenta! Roma? Ma lei non ha l’accento romano…
-Infatti, sono di Torino.
-Hai sentito cara? Piemontese come te!
-Ah, ecco. Anche a me pareva di aver colto qualcosa di familiare nella sua cadenza. Piemontese di dove?
-Sono nata a Biella, ma la mia famiglia è sarda di origine.
-Uhm, interessante…
-Lei trova? E perché…?
-Non abbia fretta, le racconterò domani. Ora torniamo a questi bellissimi dipinti. C’è ancora un’ultima sala da visitare prima che il museo chiuda, lo sapete meglio di me, qui in Svizzera sono implacabili con gli orari…
-Non solo con quelli, mi creda… - aggiunse prontamente il professor Ammann.
-Ha, ha, ha… Risero tutti e tre contemporaneamente.

Quando giunse al numero 5 di Schaffauserrheinweg, una piccola via a pochi passi dal fiume Reno, il sole illuminava debolmente le case circondate da grandi giardini ben curati. Contrariamente a quanto preannunciato, la portinaia rumena si rivelò docile e gentile.
-È il dottor Aliberti? Ah, ecco, la stanno aspettando. Ci sono due grandi case in fondo al giardino, non può sbagliare, la casa dei signori Ammann è quella sulla sinistra, vedrà delle persiane verdi - aggiunse accennando un sorriso.

Cominciò a percorrere il breve tratto di viale alberato osservando le piante secolari e i grandi cespugli ornamentali. Il leggero crepitio della ghiaia sotto i piedi, insieme all’atmosfera di fine estate, gli fece improvvisamente tornare in mente un episodio della propria vita quasi completamente rimosso. Si trattava di un’esperienza dolorosa i cui tratti, quella mattina, riapparvero misteriosamente riacquistando corpo e vividezza, dopo essere rimasti sopiti per anni tra le pieghe del tempo. Eccolo, poco più che ventenne, lei un anno di meno. Si chiamava Caterina, il suo grande amore. Per anni era stata tutto per lui. La loro relazione, nonostante l’età acerba, era apparsa subito matura, importante, promettente. Quella mattina ogni passo su quel vialetto sconosciuto lo costrinse a sguardi su giorni che credeva dimenticati. Si rivide ragazzo e risalì anche al momento in cui incontrò Caterina per la prima volta sul lungo mare di Cervo, il piccolo paese ligure dove le rispettive famiglie avevano le loro residenze estive. Trasalì rivedendo la dolcezza del suo sguardo nel momento in cui gli rivelò il suo amore. Ma quel giorno, quel giorno di tanti anni prima, in un tempo che credeva sepolto, lui stava percorrendo a piedi un viale identico, diretto verso una dimora molto simile, per un incontro che avrebbe segnato il suo destino.

L’amore è libertà, quante volte se l’erano detti, pensava percorrendo gli ultimi metri, eppure il cuore pulsava in gola e i pensieri parevano aggrovigliarsi man mano che si avvicinava alla casa. L’amore è libertà e lei lo avrebbe compreso immediatamente, questo sperava. Lei avrebbe capito le sue ragioni, continuava a ripetere dentro di sé, lei avrebbe accettato la sua partenza e le sue ambizioni incondizionatamente, contenendo l’inevitabile dolore della perdita.

O forse no. Non avrebbe accettato, si sarebbe opposta. L’avrebbe accusato di tradimento, di egoismo, di crudeltà. Come si poteva distruggere una relazione così perfetta! Per soddisfare le proprie ambizioni? No, non erano semplici ambizioni professionali, quella era una vera e propria chiamata alla pari di una vocazione. E in quel luogo lui sarebbe stato solo, non c’era spazio per Caterina, né per i progetti e i sogni che avevano accarezzato insieme per anni. Già in vista del portone della casa ancora cercava un senso alla dolorosa lacerazione di quella scelta. Razionalmente tutto trovava uno spazio ma emotivamente la prova si preannunciava ardua. Come avrebbe affrontato l’espressione incredula e disarmata di lei? E come quella dei suoi genitori che in lui avevano riposto ogni fiducia?

Ma poi, veramente li stava tradendo? Lo studente Maurizio Aliberti, scelto personalmente tra centinaia di allievi dal professor Annibale Evaristo Breccia, probabilmente il più grande egittologo vivente, per seguirlo in un progetto di scavi decennale sulle rive del Nilo: chi avrebbe rinunciato ad una simile esperienza? Volevano che rinunciasse a tale, irripetibile occasione? E lui avrebbe avuto la forza di ribattere così agli sguardi di disapprovazione dei genitori di Caterina di fronte al dolore della loro unica figlia? Quando il portone si aprì e comparve il volto familiare e sorridente della signora Amman, il dott. Aliberti tornò in sé e provò un gran sollievo.

-Eccolo! La stavamo aspettando. Venga dentro, su, non stia sulla porta - aggiunse cinguettante.
In quel momento fece la sua comparsa un grosso Labrador nero che cominciò ad annusare l’ospite.
-Weiss, bravo. Ora hai finito le ispezioni e puoi andare a cuccia… Venga dottor Aliberti, la prego, si accomodi, è tutto pronto - disse la donna visibilmente eccitata.

Nella casa, ancora con gli arredi originali, non si faceva mistero del menù del pranzo: si sentiva un promettente profumo di burro misto a erbe aromatiche, di pane appena sfornato. Sulla parete principale, nell’atrio della casa, notò subito un dipinto di Kandinsky molto noto, raffigurante un cavaliere bianco al galoppo in un paesaggio aperto e poiché non c’era motivo di dubitare che fosse l’originale, sentì montare dentro di sé una emozione fortissima, simile a quella che si prova da studenti d’arte, quando si va per la prima volta al museo e ci si trova di fronte ai dipinti ammirati per anni nelle riproduzioni dei libri di studio. Si voltò e sulla parete di fronte vide un altro capolavoro: si trattava questa volta di un’opera di Chagall, uno dei suoi capolavori, intitolato…
-Il sogno degli amanti - esclamò il professor Ammann che in piedi, a meno di un metro di distanza, già da qualche minuto lo stava osservando.
-Ci piace impressionare i nostri ospiti - aggiunse notando divertito la sua espressione.
-Ah beh, ci siete riusciti. Complimenti per le vostre scelte! - rispose.
-Non è merito mio, sa? Dobbiamo tutto a mio padre, Otto Ammann. Lui sì è stato un grande collezionista. Da lui ho ereditato la passione per il lavoro e la precisione e... il gusto per le cose belle - disse strizzando l’occhio sinistro e indicando con uno sguardo la moglie che seguiva divertita la loro conversazione.
-Venga, venga, carissimo. In salotto c’è il fuoco acceso e si sta meglio. Oggi è molto umido fuori, forse l’estate è veramente finita.

E dicendo ciò fece strada all’ospite attraverso una stanza con un tavolo e due grandi librerie scure alle pareti, fino a giungere a un ampio salone in gran parte vetrato con vista sul giardino. Sul fondo della stanza troneggiava una grande stufa di maiolica verde-azzurra e accanto il dottor Aliberti notò con piacere una tavola riccamente imbandita con candelabri e fiori freschi e due caraffe di cristallo piene di vino rosso.

-Benvenuto nella nostra modesta dimora, caro dottor Aliberti. Questa è la vecchia casa di famiglia che io e mia moglie usiamo tutte le volte che stiamo in Svizzera e non in giro per il mondo. Mio padre è stato un medico per tutta la vita e avrebbe voluto lo stesso per me, ma io ho seguito un’altra vocazione.
-Archeologo. Ricordo ieri abbiamo fatto le nostre presentazioni… - ribatté il dottor Aliberti.
-Sa, anch’io ripensavo alla nostra conversazione di ieri al museo e mi è venuto in mente un viaggio di alcuni anni fa in Perù - disse il professor Ammann. E poi rivolgendosi alla consorte che aveva assunto una espressione incuriosita.
-Non mi guardare così tesoro, non ci conoscevamo ancora!
-Ero con il professor Berger e altri colleghi di Berna. Lui è ancora oggi uno dei massimi esperti di archeologia precolombiana. Abbiamo anche studiato insieme... Andreste d’accordo voi due - disse lanciando un’occhiata al dottor Aliberti - insomma, per farla breve, ero in questo gruppo di lavoro ed ero lì un po' per amicizia e un po' per curiosità. Ci trovavamo sulla Cordillera Vincabamba, in un posto chiamato Chadra de Piros, in piena zona Incas. Fu durante quel viaggio che l’amico Berger mi raccontò di quando durante una delle sue innumerevoli spedizioni era entrato in contatto con un anziano sciamano di un piccolo villaggio della zona. E volle farmelo conoscere. Va detto che ogni villaggio, anche il più remoto, ha il suo “medicine man” ma la cosa interessante non è questa. Piuttosto, fu la prima volta che, dalle conversazioni con quell’uomo anziano, sentii parlare di tesori nascosti.
Quando seppe del nostro genuino interesse per la storia dei suoi luoghi, l’anziano stregone non esitò ad accompagnarci nella foresta. Fu lì che ci mostrò come in quei luoghi inospitali si potevano trovare pezzi archeologici di straordinario valore e bellezza e intendo anche oggetti d’oro puro, caro dottor Aliberti, monili e piccole sculture in oro puro, belle come mai ne ho viste in alcun museo del mondo. Il racconto dello sciamano si basava su riferimenti storici inconfutabili: quando gli spagnoli vennero a fare razzia organizzarono immediatamente il trasporto dei tesori trafugati dalla foresta alla costa, utilizzando schiavi e muli. Si trattò di vere e proprie spedizioni e vennero ripetute nel corso degli anni. Questo, tra le altre cose, ci dà l’idea della quantità di ricchezza depredata. Ma la brama di possesso e l’esaltazione per il ritrovamento di una simile fonte di ricchezza non permise a quegli uomini di conteggiare con precisione le migliaia di pezzi accumulati e fu inevitabile che durante quelle trasferte numerosi oggetti cadessero fuori dai cesti e dai rudimentali sacchi e venissero presi in carico e salvati grazie alle creature della terra, noi qui li chiamiamo “Erdbewohner”, delle specie di Elfi per intenderci...
-Elfi? Ho capito bene? - chiese il dott. Aliberti.
-Ah, mi creda, anch’io all’inizio stentai a credere a queste storie... ma è così, che lo si voglia credere o no, si tratta degli spiriti della terra, esseri invisibili ad occhio nudo, ma molto attivi. La foresta ne è piena. Ed è piena di tesori che nessuno conosce, che il mondo non conosce... Sono loro che li conservano. Lasci che le mostri una cosa…
E, detto ciò, si spostò verso una vetrinetta dove erano custoditi alcuni oggetti antichi.
-Lo vede questo vaso? - disse indicando una brocca antropomorfa con una coppia di figure femminili abbracciate ad un giaguaro - al museo di Lima c’è una sala intera dedicata ad un vaso come questo. E viene indicato come un oggetto rarissimo, utilizzato per i sacrifici umani. Un pezzo unico, c’è scritto. Bene, lo sciamano della Cordillera, a casa sua, ne teneva in una cesta almeno altri otto simili, tutti ritrovati nella foresta, ognuno con qualche piccolo dettaglio diverso, oggetti spettacolosi, glielo dice uno che nella vita di pezzi belli ne ha visti e toccati parecchi, mi creda. Per cui ritornando ai discorsi di ieri sì, lei ha ragione, viviamo nella presunzione di sapere tutto mentre, ogni tanto, faremmo bene a riconoscere la nostra ignoranza.
-A proposito di riconoscere qualcosa, forse il nostro ospite avrà piacere di andare a tavola a quest’ora?
Intervenne, quasi volendosi imporre, la signora Ammann.
-Prego, dottor Aliberti, perdoni mio marito. Quando c’è un argomento che lo appassiona perde qualsiasi cognizione del tempo. Venga, si accomodi a tavola.

Con movenze da danzatori fecero la loro comparsa a quel punto una coppia di giovani camerieri sobriamente vestiti e dal fisico asciutto. Il primo, dai capelli biondi molto corti e dallo sguardo malinconico provvide a versare lo Champagne e a girare tra i presenti con un piccolo vassoio d’argento su quale tintinnavano tre coppe di cristallo finemente cesellate. Il secondo invece, con un viso ossuto, gli occhi scuri e i capelli raccolti in una piccola coda, servì con eleganza a ogni commensale una piccola porzione di antipasto costituito da salmone in crosta con funghi e insalata russa. A dispetto dell’esordio formale il pranzo risultò molto rilassato e presto si creò un clima piacevolmente famigliare. Tutte le pietanze risultarono preparate dalla padrona di casa che, ad ogni portata, accolse con piacere i ripetuti elogi dei presenti. Fu servito del Lummelbraten (filetto di manzo con prugne e speck) accompagnato da un gratin di patate. Come dessert seguì una macedonia di frutta fresca e una crème brulé, oltre ad un assortimento di biscottini di chiara tradizione sarda.

Il professor Amman parlò per tutto il tempo fino a quando la moglie lo ammonì.
-Abbiamo solo parlato di noi, mi perdoni… - esclamò improvvisamente il professor Ammann prendendo per la terza volta un dolcetto di mandorle dal grande piatto di portata - lei non ci ha ancora detto come mai è a Basilea… - aggiunse lanciando uno sguardo complice alla moglie.
-Io invece vorrei sapere di Biella, ora Theo lascia che sia io a fare le domande dai… - intervenne la signora Ammann.
-Va bene, cara. Hai ragione. A volte sono veramente un tiranno. Scusatemi.
-Dottor Aliberti lei ieri mi ha stuzzicata con una sua allusione a Biella e al fatto che ho origine sarde, mi vuole spiegare a cosa ha pensato?
-Conosce un pittore di nome Biasi? - quasi la interruppe il dott. Aliberti.
-Certamente! Rappresenta l’orgoglio della nostra cultura isolana. E lei come mai ha a che fare con lui?
-Mi fa piacere che lo conosce. Forse però non sa che Giuseppe Biasi è vissuto a Biella... - aggiunse il dottor Aliberti…
-Ah no, questo non lo sapevo. Ma che curiosa coincidenza. Io conosco l’opera di Biasi perché... Opps…mi scusi. Mi stava raccontando che…
-...Che tra i miei clienti c’è un certo ingegner Bonino, un noto imprenditore tessile, ci conosciamo da anni ma solo recentemente mi ha rivelato la sua grande passione per i dipinti di Biasi. Nel periodo in cui Biasi visse a Biella fu particolarmente prolifico, ricevette varie committenze da parte di ricche famiglie locali e c’è tutta una produzione di opere con soggetti inusuali per il Biasi fino ad allora conosciuto, paesaggi industriali e scene di alpeggi. Opere pregevolissime, sia chiaro. Semplicemente diverse dalle solite più conosciute. Curiosamente la mia visita qui a Basilea è legata proprio a Biasi. Nei giorni scorsi, infatti, ho incontrato un discendente di un famoso imprenditore biellese che da anni risiede in Svizzera, sapevo che aveva ereditato dei dipinti di Biasi e sono venuto a trattarne l’acquisto. Il mio amico Bonino freme dalla voglia di tenere tra le sue mani i due piccoli olii che sono riuscito a recuperare. Ecco, ora potete avere una idea più chiara del mio lavoro…
-Ma che bello! Ma che affascinante lavoro di investigazione, di studio e di ricerca… e poi viaggiare per andare a scovare capolavori sconosciuti, più che un lavoro mi sembra un sogno! Ora capisco di più anche il senso delle sue riflessioni ieri al museo… - intervenne la donna, sempre più affascinata dall’ospite.
-Indubbiamente affascinante caro il nostro dottor Aliberti… - aggiunse il marito, mal celando una crescente gelosia.

In quel momento il dottor Aliberti notò che la moglie del professor Ammann aveva al collo una collana di piccole perle. La conversazione che nel frattempo era proseguita si limitò per qualche istante ad uno scambio di battute tra marito e moglie e ciò bastò a creare una distanza e ad allontanare i pensieri dell’ospite che anche grazie alla vista di quelle perle era tornato a rincorrere i ricordi di quell’altro pranzo, anni prima. Si ricordò di quel dettaglio, anche la madre di Caterina indossava una collana di perle simili a quelle della signora Ammann… e a tavola, mentre la figlia singhiozzava, lei lo osservava con severità e lui, non potendo osare alzare lo sguardo, per qualche minuto lui si era limitato a guardare quelle perle intorno al suo collo.

-Signori Raibaudi, ora è tempo che io vada… - aveva detto ad un certo punto, cercando in tutti i modi di dare corpo alla sua voce tentennante. Stava per fare l’errore più grande della sua vita? Forse. Comunque, il passo era stato fatto. Non poteva più tornare indietro.
-Sì, ora vado - ribatté.
Nessuno gli rispose. Tutti si limitarono a guardarlo in silenzio. Poi si udì una voce fuori campo e stranamente non apparteneva a nessuno dei presenti...
-Come dice dottore? Tutto bene? La trovo un po' pallido… - furono le parole della signora Ammann.
-Oh, perdonatemi, mi sono lasciato distrarre da altri pensieri o forse è un po' di stanchezza accumulata. - disse Aliberti.
-Theo caro, ti ricordi quei due grandi dipinti che avevamo ammirato a casa del professor Sayed Darwish ad Alessandria d’Egitto l’estate scorsa? Non erano anche quelli di Biasi? Ricordo vagamente una firma con una grande B in basso a destra...
-He, he, mia moglie come tutte le donne eccelle in arguzia e brucia i tempi! - esclamò il professor Ammann ridendo compiaciuto - Mentre lei parlava del suo amato Biasi io pensavo alla stessa cosa: noi conosciamo in Egitto una persona che possiede numerose opere del maestro sardo. E le dirò di più, poiché lo conosco da anni non mi è difficile credere che il mio amico Sayed Darwish non sia particolarmente consapevole del valore di quelle opere poiché a sua volta le ha ricevute in eredità qualche anno fa da un fratello che per lungo tempo è stato sposato con una italiana, un’egittologa. Io non sono così preparato su questo Biasi e non saprei dirle come mai tante sue opere si trovino oggi in Nord Africa ma forse lei... bei dipinti, però, indubbiamente, alcuni ricordo anche molto grandi, con figure di donne variopinte.
-Gesù mio! Ma voi mi state dando una notizia pazzesca! Voi forse non vi rendete conto che... Certo che tutto questo rende ancora più incredibile questa serie di coincidenze che ci hanno portati qui oggi, a partire dal nostro incontro al museo, ieri pomeriggio... voi non sapete quanto rari sono i dipinti di Biasi del suo periodo “africano”, lui compì un lungo viaggio proprio in quelle zone intorno agli anni ‘20, fece addirittura delle esposizioni ma le sue tele e i suoi acquarelli poi si volatilizzarono. Almeno così pareva prima che lei… professor Ammann, le sarò eternamente grato se mi vorrà mettere in contatto con il suo collega in Egitto. Biasi ebbe una fine tragica e ingiusta, è bene che la sua opera venga riscoperta e rivalutata in tutto il suo valore. Per non dire poi di certe persone che conosco che sarebbero felici di entrare in possesso di un’opera di quel periodo, lei mi capisce... vero professor Ammann?
-Le dico subito che i possibili proventi di una mediazione di questo tipo non mi interessano - rispose il professor Ammann osservando con la coda dell’occhio l’espressione orgogliosa della moglie seduta a suo fianco.
-Ma come? Guardi che Biasi è ricercatissimo. Sono sicuro che riusciremo a metterci d’accordo.
-Non insista, la prego. Ho forte stima di lei. Lei mi piace dottor Aliberti. Sarei già felice se combinassimo un incontro ed io potessi fare da tramite tra lei e il mio amico Sayed Darwish, magari a breve, in occasione del nostro prossimo viaggio in Egitto. Viaggio che sarei onorato di poterle offrire… E sono sicuro che troverò mia moglie d’accordo con me anche questa volta, vero cara?
-Oh, sì, certo! - rispose la donna senza esitazioni.
-Amici, mi sento sopraffare dalla vostra generosità, non so veramente cosa dire…
-Non c’è nulla da aggiungere direi! Anzi, una sola: Fernand! Porta per cortesia una bottiglia del nostro Champagne! - esclamò il professor Ammann alzandosi in piedi.

Dopo pochi secondi, apparve di nuovo il cameriere con il codino e per un istante rimase a guardare incuriosito l’espressione euforica sul viso dei presenti e poi procedette nell’operazione di apertura della bottiglia.

-Evviva! Al nostro incontro! - disse il professor Ammann alzando la mano con il calice.
-Evviva - ripeterono quasi all’unisono la moglie e l’ospite.

Subito dopo il professor Ammann chiese scusa e disse di voler controllare il calendario per stabilire al più presto una possibile data per il viaggio in Egitto. Detto ciò, si congedò dalla tavola e si diresse verso la sala studio situata alle sue spalle. Fu in quel momento che il dottor Aliberti fece il gesto di prendere ancora un ultimo dolce alle mandorle dal grande piatto e caso volle che anche la signora Ammann contemporaneamente facesse lo stesso. Le loro mani si sfiorarono per un attimo. Entrambi alzarono gli occhi e si guardarono, restando immobili in silenzio per alcuni interminabili secondi.