Vistamare è lieta di presentare Immagini del vuoto: dalla camera oscura alla camera chiara, mostra dedicata a Mimmo Jodice (Napoli, 1933 – 2025), a cura di Andrea Viliani con gli artisti Linda Fregni Nagler and Armin Linke, realizzata in stretta collaborazione con l’Archivio Mimmo Jodice.
Figura centrale nella storia e nella ricerca fotografiche contemporanee, Jodice ha articolato una pratica autonoma ma radicalmente impegnata nell’affermazione della fotografia come atto non di rappresentazione ma di riflessione sulla realtà, composta insieme di gesti e pensieri, componenti fisiche e metafisiche, spazio e tempo. La mostra – la quarta dedicata all’artista dalla galleria Vistamare, e la prima dopo la sua scomparsa – è curata da Andrea Viliani insieme agli artisti Linda Fregni Nagler e Armin Linke, la cui ricerca è, a loro volta, impegnata nell’investigazione delle storie e delle epistemologie, delle materialità e delle (dis)funzionalità, delle strutture compositive e delle dinamiche espressive del linguaggio e dello strumento fotografici.
Risultato delle rispettive ricerche in archivio, i documenti e le opere in mostra (alcune delle quali inedite) si dispongono in un trittico aperto e interconnesso – contrassegnato anche da diversi gradienti definiti dall’alternanza di luce artificiale e luce naturale – che propone e rielabora alcune possibili consistenze e persistenze della ricerca di Jodice, affidandone la sintesi al visitatore. La mostra procede dalle sperimentazioni degli anni Sessanta e Settanta, con le loro opere di matrice concettuale e di documentazione sociale, alla rarefazione dell'immagine fotografica di Vedute di Napoli (1980) — di cui è presentata una delle immagini più iconiche, uno schermo pubblicitario vuoto sullo sfondo di una città surrealmente disabitata — fino ad una selezione della serie Eden (1995) — che occupa la sala centrale e che, con la sua commistione fra vita e morte, animato e inanimato, banalità e violenza, disordine rumoroso della vita quotidiana e compostezza nitida dello sguardo, riattiva uno dei generi per antonomasia del barocco napoletano, quello della natura morta, configurandosi come un potentissimo invito a vivere, o forse a come fotografare la vita intorno a noi senza limitarsi a fotografarla.
La mostra si presenta, quindi, come una serie di suggestioni interpretative differenti sul lavoro quotidiano di Jodice come fotografo, un percorso condiviso di indagine su ciò che accade all’atto dello scatto con la macchina fotografica (nell’individuazione del soggetto, del punto di vista e delle condizioni di luce) e su ciò che ri-accade nella stampa dell’immagine in camera oscura (quando l'immagine prende quasi performativamente forma), fino alla condivisione nel periodo breve della mostra e alla selezione affidata alla lunga durata dell’archivio.
Se fare una fotografia significa fermare e trasmettere elementi della realtà, come individuarli rispetto agli altri, lasciando che essi si affermino di per sé, e come mantenerne la vitalità originaria o evocarne la vitalità perduta? Come redimere la fissità e bidimensionalità di una fotografia per delinearla quale esperienza mobile e in divenire, insieme percettiva e performativa? Come trascendere la realtà per fotografarne non l’aspetto spaziale e transitorio ma il perdurare del suo significato nel tempo? Ponendosi queste domande, la mostra affronta le immagini di Jodice con la consapevolezza che esse sono sempre state, per quanto apparentemente affollate di realtà, “immagini del vuoto”, come del resto scrive Jodice stesso in una lettera a un interlocutore immaginario, mai inviata ma esposta al centro della mostra.
Quasi che Jodice avesse atteso che divenissimo noi, oggi, gli interlocutori di quella sua lettera, torniamo a osservare insieme quel vuoto perturbante e paradossale – almeno pensando a che cosa è una fotografia, a che cosa fa un fotografo, agli statuti stessi della fotografia – che pervicacemente Jodice ha ricercato e fotografato per tutta la sua vita – una lunga, paziente, attesa passata fra camera oscura e camera chiara che, per Jodice, potrebbe essere l'ingranditore fotografico, con cui sperimentò ancor prima di possedere una macchina fotografica – lasciandocene appunto in eredità sia la presenza sfuggente che l’inevitabile necessità.
















