Riunendo quasi ottanta tra dipinti, materiale d’archivio esclusivo e utensili, la mostra restituisce al sonoro un posto di rilievo nell’universo plastico ed esistenziale dell’artista. Da Bach ai Pink Floyd, passando per Lili Boulanger, si ricostituisce un paesaggio di energie, gestualità e risonanze che attraversano l’intera creazione dell’artista. La dimensione sonora si spinge fin dentro la mostra, con un accompagnamento musicale accessibile sia sul posto che a distanza.

A sua volta pianista e ballerino in gioventù, Hartung era ossessionato dalla musica; un melomane nel vero senso del termine, quasi patologico. Detestava il silenzio. In una lettera di Pierre Soulages del 1948, si legge: «La sua radio è sempre accesa – quando viene a trovarmi, non può fare a meno di mettere i suoi dischi preferiti. [...] A fatica sopporta un solo istante di riposo, o anche di lavoro, senza musica.» Di fatto la pittura di Hartung è carica, intrisa, impregnata di un clima sonoro fatto di ritmi, armonie, slanci vocali o strumentali. Anche se muta, dalle stesse fibre della sua sostanza pittorica emanano i flussi melodici dei compositori che amava.

Innanzitutto i grandi nomi del barocco: Bach, Händel, Vivaldi. Che stesse dipingendo a pennello, con un rullo da litografia o una pistoletta da carrozziere, risuonavano nell’atelier le note delle Variazioni Goldberg, della Sarabanda o delle Quattro stagioni. Ma ascoltava anche compositori moderni, come Lili Boulanger, Pierre Boulez, persino Philip Glass.

Hartung non fu mai un teorico dei rapporti tra suoni, forme e colori, distinguendosi in ciò da molti artisti interessati a un’esplorazione sinestetica o intellettuale come Kandinskij, Schönberg, e molti altri al loro seguito. Il rapporto con la musica, nel suo lavoro, è molto più diretto, fisico, pragmatico, istintivo. Insomma, senza musica non c’è creazione plastica – e senza creazione plastica, non c’è più ragion d’esistere: poiché, per l’artista, «la gioia di vivere si confonde con la gioia di dipingere».

Le opere esposte nella mostra presentata a Venezia, dove Hartung ottenne alcuni tra i suoi più gloriosi trionfi [Gran Premio della Biennale nel 1960], vanno dagli anni Venti fino alla fine dei suoi giorni, e recano la traccia del suo gesto, della sua azione, ovvero di ciò che fu corporalmente, della sua storia individuale e del suo ruolo nella storia collettiva – lui, l’invalido della seconda guerra mondiale, il tedesco che fece resistenza ai nazisti. Ma testimoniano altresì di ciò che fu musicalmente: ascoltatore perpetuo, Hartung seppe cristallizzare fughe, sinfonie, sonate, persino l’opera lirica nelle sue tele.

La mostra ritorna sulle origini di questa passione tramite documenti e opere della giovinezza, cercando di evidenziare una possibile analogia tra alcuni procedimenti delle sue creazioni astratte e quelli di una composizione o di un’orchestrazione; verranno inoltre isolate alcune affinità specifiche con figure come quelle di Brahms o Stockhausen. Propone in seguito un approccio più prospettico, evocando la dimensione cosmo-psichedelica degli anni Sessanta, la cui eco si riscontra nella scena rock dell’epoca, e ancora oltre, la tentazione del silenzio.

Permette, infine, di scoprire alcuni attrezzi dell’atelier di Hartung, comparandone l’utilizzo a quello di alcuni strumenti musicali, e immergersi così nel suo universo sonoro. Un video appositamente commissionato, presentato a Riva Botta, presenta brevi interviste a compositori, interpreti e coreografi che riflettono sull’opera di Hartung.