Tra i progetti realizzati negli ultimi anni da Francesco Simeti, questa mostra lascia emergere in modo particolarmente evidente una dimensione autobiografica della sua ricerca, intrecciando memoria personale, cultura popolare, immaginario infantile e riflessioni sul rapporto tra uomo e paesaggio.

Le opere presenti sembrano nascere da un processo di riattivazione di memorie legate all’infanzia e alla formazione visiva dell’artista nella campagna di Alcamo, in Sicilia. Le prime sculture della mostra ricordano alcuni lavori realizzati da Simeti da giovanissimo all’interno dell’azienda agricola di famiglia: assemblaggi costruiti con pietre scolpite, frammenti metallici e materiali recuperati, spesso vicini ai macchinari utilizzati per il lavoro nei campi. Oggetti senza una funzione precisa, ma che sembravano conservarne il ricordo, come se potessero appartenere contemporaneamente al mondo dell’attrezzo, della scultura e della creatura vivente.

Questa stessa ambiguità attraversa tutta la mostra. Le sculture sembrano continuamente oscillare tra presenza meccanica e figura antropomorfa, tra relitto industriale e personaggio fiabesco. La grande figura in legno e lamiera della prima sala richiama inevitabilmente la struttura frontale e teatrale dei pupi siciliani, ma allo stesso tempo conserva qualcosa di fragile e improvvisato, quasi domestico. In molte opere emerge un immaginario che appartiene tanto alla storia della scultura del Novecento quanto alla cultura popolare, ai giocattoli costruiti a mano, ai cartoni animati e alle narrazioni infantili. Anche il riferimento ai Barbapapà e alle storie in cui cercano di proteggere alberi e giardini dall’avanzare delle ruspe, non appare qui come una semplice citazione nostalgica, ma come il riaffiorare di una forma di immaginazione ecologica primitiva, ingenua solo in apparenza, dove la natura viene percepita come qualcosa di vivo, vulnerabile e profondamente legato alla dimensione affettiva.

Anche i materiali utilizzati raccontano una storia di trasformazione personale. Tutto il legno delle sculture proviene da una falegnameria di New York con cui l’artista ha condiviso lo studio fino a pochi anni fa. La chiusura di quella falegnameria e il conseguente cambio di studio hanno segnato un momento importante nella pratica di Simeti, modificando radicalmente il rapporto con lo spazio di lavoro e con la produzione delle opere. Se molti lavori precedenti si sviluppavano in relazione a installazioni immersive e ambienti di grandi dimensioni, queste opere sembrano invece nascere da una condizione più raccolta e ravvicinata. Non si tratta di una riduzione, ma piuttosto di uno spostamento verso una dimensione più fisica e quotidiana, in cui il rapporto tra corpo, materiali e spazio torna a essere diretto e continuo. Anche per questo le opere conservano qualcosa di costruito, montato, quasi provvisorio, come se lasciassero volutamente visibile il processo della loro formazione.

Nelle pitture su gesso la natura sembra emergere lentamente dalla superficie, come un’immagine che affiora per stratificazione e sedimentazione. I disegni e gli acquerelli, che per lungo tempo hanno abitato il processo di lavoro di Simeti in modo implicito e preparatorio, vengono qui mostrati per la prima volta come elementi pittorici autonomi che compaiono in mostra come parte integrante del processo di costruzione delle opere. Per Simeti, il disegno rappresenta spesso uno spazio preliminare di osservazione e trasformazione: paesaggi, forme e figure che prendono corpo sulla carta prima di tradursi nelle sue sculture e installazioni. Anche l’arazzo nasce da questo stesso procedimento, sviluppandosi a partire da un acquerello realizzato in uno dei taccuini che l’artista porta costantemente con sé, come un archivio mobile di immagini, intuizioni e memorie visive.

Ad accompagnare le sculture nella prima sala, un ambiente sonoro costruito a partire da registrazioni di seghe circolari, macchine abbattitrici e tonfi di alberi che cadono si intreccia al ronzio di api, vespe e altri insetti impollinatori. Progressivamente i due registri sonori iniziano a confondersi. Il rumore organico degli insetti assume una presenza aggressiva e meccanica, mentre quello delle macchine sembra perdere parte della propria rigidità industriale. L’ascolto produce così una continua incertezza percettiva, in cui natura e artificio smettono di apparire come elementi opposti e iniziano piuttosto a contaminarsi reciprocamente.

La mostra si sviluppa a partire dalla ricerca avviata da Simeti in occasione della Cheongju Craft Biennale in Corea, dove l’artista aveva iniziato a riflettere sulle tecnologie contemporanee legate all’estrazione intensiva delle risorse naturali. Le macchine forestali utilizzate per abbattere, sradicare e scorticare alberi diventano qui il principale nucleo iconografico del progetto. Strumenti progettati per esercitare controllo e forza attraverso movimenti estremamente precisi, ma che nelle opere di Simeti assumono una presenza quasi emotiva e corporea. Nell’arazzo e nella grande scultura della prima sala, queste macchine sembrano trasformarsi in creature ibride che stringono, abbracciano e feriscono allo stesso tempo, rendendo visibile la sottile linea che separa cura, controllo e distruzione.

Attraverso la stratificazione di immagini, materiali e memorie personali, Simeti costruisce una mostra in cui la riflessione ecologica non passa attraverso una rappresentazione diretta della catastrofe, ma attraverso forme ambigue, seducenti e profondamente umane. Un paesaggio emotivo in cui la macchina può assumere i tratti di un corpo, la scultura quelli di un personaggio, e dove anche la violenza continua a convivere con il desiderio ostinato di immaginare una possibilità di relazione tra uomo e natura.