Atto I: Ostinato
Ostinato non significa soltanto perseverante, indefesso, caparbio, tenace, risoluto, fermo, testardo, cocciuto, incaponito, e altri aggettivi affini. In musica, l’ostinato è un motivo ricorrente, costante, che viene ripetuto con insistenza, sul quale si innestano poi una serie di variazioni. È interessante notare come in alcuni casi venga definito un “disegno musicale” volto a creare un effetto di staticità e al tempo stesso di stacco rispetto alle altre parti e soprattutto alla melodia. Ecco, questa immagine calza perfettamente con l’opera di Roberto de Pinto. Sin dai primi passi della sua carriera, infatti, tutto ruota attorno alla rappresentazione di quello che possiamo definire un alter ego dell’artista: una figura ricorrente e costante che, di volta in volta, viene declinata in modi sempre nuovi e talvolta sorprendenti. Non si tratta di autoritratti: i corpi e i volti che vediamo sono veri e propri personaggi, profondamente influenzati dalla fisionomia dell’artista ma divenuti poi indipendenti, quasi fossero figure di un romanzo o di un’opera pirandelliana. Ma non solo. Per certi versi, la pittura nelle mani di de Pinto diventa strumento di indagine e sperimentazione identitaria e inevitabilmente evolve intrecciandosi con la sua vita. Questa mostra ne è un segno evidente: rispetto ai dipinti dei primi anni, più grafici e legati a una componente fondamentale della linea e del disegno, oggi emergono superfici più pittoriche e complesse, caratterizzate da numerose sfumature ottenute ricorrendo con più frequenza all’utilizzo del colore a olio in aggiunta all’encausto, sua cifra stilistica comunque ancora predominante e grazie alla quale riesce a ottenere interessanti effetti epidermici. Nei dipinti qui presentati compare un fondo scuro da cui le figure si staccano con forza, in maniera molto teatrale, quasi emergessero da una scena buia, acquisendo una solidità scultorea, volumetrica, anche maggiormente realistica, data dal nuovo trattamento pittorico della superficie del corpo.
Atto II: Capriccio
La mostra riserva una sorpresa, una serie di lavori che aprono una nuova strada nel percorso di de Pinto. Nascono da una performance – la sua prima – realizzata a Torino nell’autunno scorso, in cui l’artista, dopo essersi spogliato quasi completamente, inizia a maneggiare una serie di disegni ritagliati a cut-out seguendo i profili delle immagini e con i quali era completamente ricoperto lo spazio della performance, per poi appoggiarli sul proprio corpo, sulla propria pelle, quasi stesse portando avanti una danza d’amore con dei cartamodelli di identità possibili. Il tutto mentre cantava Amandoti del gruppo CCCP. Utilizzando questi disegni sagomati l’artista ha iniziato a realizzare collage e composizioni, come se i singoli elementi fossero diventati lettere di un alfabeto o parole di un vocabolario da cui attingere per comporre frasi d’amore. I disegni suggeriscono (anche il titolo Capricci) come in tutta la mostra sia presente molto delle atmosfere e del sentimento di momenti della pittura come il Rococò e di autori come François Boucher, Jean-Honoré Fragonard e Jean-Antoine Watteau, nei quali la frivolezza diventava diversivo – e al tempo stesso strumento nascosto di evoluzione pittorica – all’interno della quale spesso si annidano le inquietudini della storia.
Atto III: Passo a due
La performance, e soprattutto la teatralità di quel momento, ha avuto un ruolo di svolta che segna in modo evidente questa mostra. Le figure dei quadri hanno perso l’ironia del passato (che rimane invece nei disegni a collage): sono meno sornione, posano nude in maniera profondamente sensuale e ammiccano con grande serietà allo spettatore, o forse solo al pittore – non lo sapremo mai. Ma non riusciamo a levarci di dosso la sensazione di essere di troppo in questo passo a due tra l’artista e il suo soggetto. Il pittore risponde agli sguardi del suo personaggio ricoprendone il corpo di fiori, di molte specie diverse, dipinti con una vitalità e un amore che potremmo ritrovare solo nell’attitudine botanica di Pisanello o di David Hockney. Gli unici elementi che sembrano destinati a noi osservatori (voyeur) sono i frammenti di poesie, per lo più d’amore, inseriti nei quadri e nei disegni - talvolta come baloon di fumetti, talvolta in maniera simile al modo in cui le parole raggiungono Maria uscendo dalla bocca dell’Angelo nell’annunciazione di Simone Martini - nelle quali troviamo una qualche forma di commento a questo rapporto esclusivo e fedelissimo, seppur desideroso di essere spiato. Sono poesie di scrittori come T. S. Eliot, Pablo Neruda, Kostantinos Kavafis, alcuni degli autori più amati da de Pinto, così come da opere di Ravel. E ci sono così tante rose in queste poesie: simbolo eterno in grado di unire corpo e spirito, di tenere assieme la Madre di Dio e Jean Genet, allegoria e anagramma dell’Eros, unica forza in grado di guidare le nostre vite e la nostra danza nel mondo.
















