Ci sono regioni che attraversi senza fermarti, e poi, quasi senza accorgertene, tornano a chiederti tempo. L’Abruzzo, per me, è sempre stato questo: una terra di passaggio, tagliata, attraversata, guardata dal finestrino. Una regione che stava lì, tra un punto di partenza e uno di arrivo, senza mai pretendere attenzione. Almeno fino a quando ho iniziato a viverla davvero.

L’ho visitata molte volte, l’Abruzzo. Ma due, in particolare, sono state le esperienze che l’hanno trasformata da spazio geografico a luogo vissuto. Anni fa, venti giorni a Ortona. Quest’anno, due settimane a Pescara, per lavoro. Periodi diversi, momenti diversi della mia vita, ma la stessa sensazione: quella di una terra che, se le concedi tempo, comincia a parlarti sottovoce.

Ortona è stata la prima volta in cui ho smesso di attraversare l’Abruzzo e ho iniziato ad abitarlo. Venti giorni non sono una vacanza, non sono un passaggio rapido: sono abbastanza per creare abitudini, riconoscere strade, capire i ritmi. È una città che guarda il mare senza ostentarlo, con un carattere ruvido, concreto, dove il tempo sembra scorrere con una densità diversa. Lì ho iniziato a percepire quella frattura che attraversa tutta la regione: il silenzio dei monti da una parte, il respiro aperto dell’Adriatico dall’altra.

Una frattura netta, quasi una cicatrice. L’Appennino che taglia l’Abruzzo come una lama, separando mondi che convivono senza mai confondersi del tutto. Da un lato la montagna, aspra, essenziale, silenziosa. Dall’altro il mare, luminoso, orizzontale, apparentemente più leggero. E nel mezzo una cultura che nasce proprio da questo contrasto, da questa tensione continua tra chiusura e apertura.

Quest’anno è stata Pescara a rimettere tutto in movimento. Due settimane di lavoro, vissute più che semplicemente abitate. Pescara è una città diversa: più aperta, più veloce, più contemporanea. Ma anche qui il mare è sempre presente, anche quando non lo guardi. È una linea che ti accompagna, che detta il ritmo delle giornate, che alleggerisce il peso del lavoro senza mai cancellarlo del tutto.

Lavorare lontano da casa significa soprattutto osservare. Le giornate hanno una struttura precisa, ma il resto del tempo diventa spazio per capire un luogo, il suo ritmo, il suo modo di stare al mondo. Nelle trattorie senza insegna, nei piatti che non cercano di stupire ma di nutrire. Nella carne cotta lentamente, nei sapori netti, nei vini che non chiedono spiegazioni.

È una regione di una potenza enogastronomica enorme, spesso raccontata poco e male. Qui la cucina non è intrattenimento, è memoria. È necessità. È il risultato di un territorio duro che ha insegnato a non sprecare nulla e a rispettare i tempi. Pecora, agnello, formaggi, pane, vino: pochi elementi, usati con una consapevolezza che non ha bisogno di parole.

Forse è per questo che il titolo che mi torna in mente è questo: pecore che suonano il rock. Un’immagine che sembra stonata, ma che racconta bene l’Abruzzo. Tradizione fortissima, quasi ancestrale, che convive con un'energia ruvida, moderna, elettrica. Una terra che non si piega al folklore, che non si mette in posa, ma che quando la ascolti davvero ha un suono potente.

L’Abruzzo è una regione fatta di persone genuine, esattamente come i loro piatti e come i loro vini. Persone cortesi, fiere, entusiaste di mostrarti la loro terra: i monti, il mare, la pastorizia che da secoli produce tesori. Gente che ti prende per mano — sempre con il cuore in mano — e ti porta ad assaggiare la propria cucina, troppo spesso, per ignoranza, ridotta ai soli arrosticini.

E invece no. Gli arrosticini sono solo l’inizio. C’è molto di più. Ci sono le polpette cacio e uova, piatto povero solo nel nome, intenso, confortante. C’è la pasta e ceci, densa, sostanziosa, contadina. E poi gli spaghetti alla chitarra, simbolo assoluto di questa terra, che qui dividono quasi ideologicamente: quelli di mare, preparati alla pescatora, con pomodoro e pesce dell’Adriatico, perfetti con un Cerasuolo d’Abruzzo fresco e vibrante; e quelli di carne, con il ragù di polpette, che chiedono un Montepulciano d’Abruzzo più profondo, vinoso, schietto.

E come non citare la pasta alla pecorara, un trionfo di verdure e sapori che racconta l’incontro tra orto e pascolo. Accanto a lei, prodotti identitari come il pecorino di Farindola, raro e prezioso, lavorato con caglio di maiale, dal gusto complesso e profondo. Ma anche il timballo, le sagne e fagioli, le pallotte cacio e ova, l’agnello alla brace, le virtù teramane: piatti che raccontano stagioni, pazienza e comunità. Dolci compresi: dalle ferratelle alle sise delle monache, morbide, ripiene, golose, capaci di chiudere un pasto con la stessa intensità con cui era iniziato.

Poi c’è il capitolo vini, che in Abruzzo merita sempre uno spazio a parte. Qui il vitigno Montepulciano fa da padrone. Per anni vino semplice, quotidiano, contadino, da tavola. Un vino genuino, da bere, senza sovrastrutture. Negli ultimi vent’anni però qualcosa è cambiato: produttori che hanno studiato, osservato, capito il potenziale enorme di questo vitigno. Ne sono nati vini più eleganti, profondi, strutturati, spesso affinati anche in legno, capaci di aggiungere complessità senza perdere identità.

Accanto al rosso, il Cerasuolo d’Abruzzo: rosato vero, intenso, gastronomico. Fresco ma non leggero, perfetto per tutta la cucina di mare adriatica, per il pomodoro, per il brodetto, per i piatti che chiedono equilibrio. È il vino ideale da bere guardando il mare, magari seduti su un trabocco.

I trabocchi sono molto più di antiche macchine da pesca. Andate in Abruzzo e fermatevi. Oggi sono diventati luoghi di eleganza sospesa, ristoranti sul mare che raccontano quello che l’Adriatico può donare. Tavoli di legno, vento, reti, piatti essenziali. Mangiare lì non è solo nutrirsi: è ascoltare una storia che viene dal mare.

Alla fine vengo via da questa terra — ormai per la seconda volta — con il palato esploso di gusto e con qualche ricordo materiale nello zaino. Oggetti che sentivo giusto portare a casa, da cuoco e da uomo. Una fornacella, il piccolo braciere in metallo usato per cuocere arrosticini e carne viva, diretta, senza mediazioni. La piastra per i ferratelle, i dolci abruzzesi cotti su piastre di ferro che imprimono forme e memoria. E poi la chitarrina: non uno strumento musicale, non suona musica classica né rock, ma produce spaghetti che suonano l’anima. Per la forma, per la bontà, per la gestualità.

Un po’ come le persone di questa terra. Un po’ come le loro pecore che suonano il rock, perché l’Abruzzo, con i suoi monti e i suoi altipiani, è una regione naturalmente vocata alla pastorizia. Con latte e carne costruiscono una cucina potente. Con mani, parole e sorrisi lasciano ricordi ed emozioni che porterò sempre con me.