P420 è lieta di annunciare Armature, la prima mostra personale di Ana Lupas (1940, Cluj, RO) in una galleria privata. Dopo le grandi retrospettive allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2024) e al Kunstmuseum Liechtenstein (2024-2025), questa esposizione offre l’opportunità per rileggere il lavoro di una delle figure più radicali dell’avanguardia concettuale dell’Est Europa.

Il titolo della mostra, volutamente in italiano, gioca su una specificità linguistica fondamentale e su una doppia valenza semantica. Il termine “armatura” evoca qui simultaneamente due concetti chiave per leggere il progetto espositivo: la corazza fisica, metallica, la protezione esterna e contemporaneamente quella sovrastruttura più intima e interna, quella corazza virtuale che si indossa per proteggere la propria personalità.

L’intera esposizione ruota attorno a questa necessità di sostenere e proteggere ciò che è fragile. Che si tratti della memoria collettiva o dell’identità individuale, Ana Lupas risponde alla minaccia della cancellazione dell’io, con dispositivi di protezione solidi e duraturi.

Questo atteggiamento difensivo si manifesta, da un lato, nelle opere monumentali in metallo, usate da Lupas per incapsulare la materia organica e rurale che aveva utilizzato per realizzare le sculture Wreaths of August (1964-2008), esposte nella prima sala della galleria. Qui l’armatura è sia la struttura portante, interna - ben visibile nei disegni esposti dalla serie The solemn process (1964 2008) - sia la struttura metallica avvolgente esterna, in grado di preservare l’effimero e trasformare la tradizione, fragile e deperibile, in un monumento eterno.

Allo stesso modo nella serie dei Self-portrait (1998-2000), esposti nella seconda sala della galleria, Lupas interviene pittoricamente sui propri tratti alterando la ripetizione meccanica, erigendo una barriera contro l’omologazione.

Come sottolinea anche Sara De Chiara nel testo che accompagna la mostra, “la rivendicazione della propria individualità contro la standardizzazione è problematica centrale di tutta la pratica dell’artista, volta a valorizzare l’elemento individuale rispetto al seriale, l’intervento umano rispetto alla produzione meccanica, problematica che assume un particolare significato se contestualizzata all’interno del regime totalitario sotto il quale si è in gran parte sviluppata.”