La riflessione filosofica di Byung-Chul Han, nato a Seul nel 1959 e professore di teoria della cultura all'Universität der Künste di Berlino, offre una delle analisi più lucide della società contemporanea.

Nei saggi La società della stanchezza (2010) e La società della trasparenza (2012), il filosofo descrive un mutamento profondo delle forme di potere e delle modalità attraverso cui gli individui vivono, lavorano e si relazionano.

Secondo Han, la società odierna non è più dominata dalla repressione e dal divieto, tipici della società disciplinare descritta da Michel Foucault. Al contrario, essa si fonda sulla libertà apparente, sulla motivazione e sull’autorealizzazione. È la società della prestazione, in cui ogni individuo è chiamato a essere produttivo, efficiente e sempre disponibile. In questo contesto, il soggetto diventa imprenditore di sé stesso e finisce per sfruttarsi autonomamente, senza bisogno di un padrone esterno.

Le conseguenze di questo modello sono evidenti: stanchezza cronica, burnout, depressione e disturbi d’ansia. La violenza del sistema non è più fisica o visibile, ma psicologica e interiorizzata. L’individuo non si sente oppresso, bensì inadeguato, perché non riesce a soddisfare le aspettative di successo e prestazione che egli stesso ha interiorizzato.

Oggi non ci viene più detto cosa non possiamo fare, ma tutto ciò che possiamo e dobbiamo diventare. L’individuo è chiamato a essere produttivo, flessibile, motivato, trasformando sé stesso in un progetto permanente. In altre parole, siamo noi stessi i primi sorveglianti del nostro rendimento.

A questa dinamica si affianca la società della trasparenza, caratterizzata dall’ossessione per la visibilità totale. La trasparenza viene presentata come un valore positivo, legato alla sincerità, alla democrazia e al controllo del potere, ma in realtà si trasforma in uno strumento di dominio. Tutto deve essere mostrato, condiviso e misurato: emozioni, relazioni, corpi, opinioni. Chi non si mostra viene visto con sospetto, come se avesse qualcosa da nascondere, come se il non manifestarsi fosse un indizio di colpa, bisogna invece mostrarsi a tutti i costi. Ciò genera una violenza psichica e simbolica; l’individuo si controlla da sé, vive in un’auto-costrizione permanente.

In un mondo dominato dai social media e dalla comunicazione digitale, gli individui si espongono volontariamente, rinunciando alla privacy e all’intimità. La trasparenza elimina il segreto, il mistero e l’opacità, elementi fondamentali per l’esperienza autentica, l’amore e il pensiero critico. Le persone vengono così ridotte a immagini e dati, facilmente controllabili e manipolabili. Per Han, l’amore, l’arte, il pensiero e la libertà hanno bisogno di opacità, non di trasparenza.

I due saggi sono profondamente interconnessi. La società della stanchezza descrive l’esaurimento prodotto dall’eccesso di prestazione, mentre la società della trasparenza mostra come il controllo avvenga attraverso l’auto-esposizione. In entrambi i casi, il potere non impone, ma seduce; non reprime, ma induce. Il risultato è un individuo libero solo in apparenza, che partecipa attivamente ai meccanismi della propria sottomissione. La trasparenza, spesso presentata come sinonimo di sincerità e democrazia, si trasforma così in una nuova forma di controllo.

Siamo sempre più liberi, ma anche sempre più stanchi. Sempre connessi, ma anche sempre più esposti. La violenza non è più esterna ma interna, psicologica.

La sua critica invita a riscoprire il valore del limite, del silenzio e dell’opacità come condizioni essenziali per una vita veramente umana.

Per Han, una società che elimina il segreto e l’opacità impoverisce l’esperienza umana. Senza distanza, silenzio e mistero, vengono meno la profondità delle relazioni, la libertà del pensiero e la possibilità di una vera critica. L’individuo trasparente è più facilmente prevedibile, misurabile e governabile. La società della stanchezza e quella della trasparenza descrivono dunque due facce della stessa realtà: un sistema che non impone, ma seduce; che non vieta, ma stimola; che non reprime, ma spinge all’auto-esposizione e all’auto-controllo. Il risultato è un individuo apparentemente libero, ma profondamente condizionato.

La riflessione di Han non è solo una critica, ma anche un invito. Recuperare il valore del limite, del tempo improduttivo e del diritto all’opacità potrebbe essere il primo passo per sottrarsi a una società che, nel nome della libertà, rischia di esaurire le persone.

L’analisi del filosofo non si ferma alla stanchezza e alla trasparenza ma si espande all’eros che secondo Han non è soltanto una dimensione privata o sentimentale, ma una categoria fondamentale per comprendere la crisi della società contemporanea.

Nel saggio Agonia dell’Eros, il filosofo sostiene che il desiderio sta progressivamente scomparendo, soffocato da una cultura dominata dalla prestazione, dalla trasparenza e dal narcisismo.

Per Han, l’eros nasce dalla distanza e dall’alterità: desideriamo ciò che non possediamo, ciò che ci resiste e ci sfugge. Il desiderio implica attesa, mancanza, rischio. Tuttavia, la società attuale tende a eliminare ogni forma di negatività, trasformando l’esperienza umana in un flusso continuo di soddisfazioni immediate. In questo contesto, l’eros perde il suo spazio vitale.

La cultura digitale e i social media accentuano questo processo. L’altro non è più un mistero da scoprire, ma uno specchio in cui riflettersi. Il rapporto con gli altri diventa auto-referenziale: non si cerca l’incontro con la differenza, ma la conferma di sé. Per questo Han parla di una crisi dell’alterità, che porta a relazioni sempre più fragili, superficiali e consumabili.

Anche la sessualità, apparentemente libera e onnipresente, risulta impoverita. L’esposizione continua dei corpi e dei desideri non produce più eros, ma pornografia. Non c’è seduzione, non c’è attesa, non c’è profondità: tutto è immediatamente disponibile. L’eccesso di visibilità cancella il fascino dell’invisibile. La logica della prestazione penetra persino nella sfera affettiva. L’amore diventa un investimento, una scelta razionale, un progetto di auto-ottimizzazione. Le relazioni sono valutate in termini di costi e benefici, mentre il fallimento sentimentale viene vissuto come una colpa personale. Anche qui, l’individuo si auto-sfrutta, cercando di essere performante persino nell’intimità.

Secondo Han, la scomparsa dell’eros non è un fenomeno marginale, ma un segnale profondo di impoverimento dell’esperienza umana. Senza eros non c’è vera relazione, non c’è apertura all’altro, non c’è trasformazione. Recuperare l’eros significa allora recuperare il valore della lentezza, della distanza e del silenzio, in una società che chiede costantemente esposizione e rendimento.

In un mondo che promette libertà e piacere senza limiti, la riflessione di Han ci ricorda che il desiderio autentico nasce proprio là dove non tutto è immediatamente disponibile. E che forse, per tornare a desiderare, occorre prima imparare a sottrarsi.