SpazioA è lieta di presentare Cars. Autos la prima mostra personale della giovane artista tedesca Flora Fritz nella project space della galleria. La mostra, che inaugura Sabato 27 Settembre 2025, segue quella di fine residenza da poco conclusa al De Ateliers di Amsterdam.

Immagini simboliche di origine mendace. Un animale domestico costretto a sorridere. Un’automobile con precedenti di seghe.

Voglio dare una forma che resista ai fatti, che resista all’opinione e trascenda la realtà, che oltrepassi l’informazione — per questo ho inventato il motivo ‘occhio e la sua capacità di vedere tutto rosso’… L’occhio non ha bisogno di sapere, l’occhio vede e basta, ed è questo che conta.

Thomas Hirschhorn (citato in “Truth or dare: the art of witnessing” di David Joselit, Artforum, 2011)

Piccoli quadri suggeriscono intimità e tenerezza del possesso – un possesso che racconta la duplice storia del prodotto:

Una prima storia di speranza e aspirazione, appagamento e gioia di vivere.
Una seconda storia di riduzione delle possibilità personali e interpersonali attraverso lo scivolare del comportamento in schemi prevedibili.

Crescendo negli anni Zero, ho visto tante volte la pubblicità di una banca che continuavano a trasmettere alla televisione in Germania, nella speranza di attirare la classe media: un uomo tedesco di mezza età con lo slogan:
“Mein Haus. Mein Auto. Mein Boot.”
Tradotto: “La mia casa. La mia auto. La mia barca.”

La mia scelta dell’oggetto. La mia scelta della persona. La mia scelta del cane.
Uno per categoria.

Attraverso la pittura, esiste la possibilità di tornare al non-giudizio, dove il fatto materiale di ciò che viene visto è più forte del suo significato nella cultura. Spesso documento film scattando istantanee dello schermo ogni dieci secondi, per arrivare a un luogo che sta negli spazi intermedi tra le azioni.

L’impulso di cercare di identificare attraverso il possesso sembra profondamente idealistico: affrontare ogni giornata mediante il desiderio. È facile da comprendere e difficile da abbandonare. È probabile che l’identità sia un giocattolo: se la getti più volte contro la parete, produce un suono melodioso.

“In questa vita bella e prospera io solo sono stato fatto per soffrire” dice la voce fuori campo in Il colore del melograno, un film che dovrebbe essere basato sulla vita del poeta armeno Sayat-Nova ma in realtà tratta perlopiù del linguaggio delle immagini. Penso spesso a questa frase. Vive nello stesso universo di quella di Gwyneth Paltrow: “Ho mangiato il primo piatto di gazpacho quando avevo quindici anni, in Spagna, e l’impressione che ha avuto su di me non si è mai affievolita.”

Riproducendo questi emblemi nella pittura (uno di ognuno), li si fa tornare al corpo. Entrando nel regno della finzione, queste figure — un’auto, un volto, un cane – si svuotano dall’interno, smarrendo i legami con le condizioni reali. Dovrebbero diventare qualcosa che sfida la loro categoria.