Non è necessario scomodare la nota trasmissione televisiva che cerca gli scomparsi, compresi quelli volontariamente eclissatisi, ma della ricerca qui da noi si parla poco, troppo poco. Un tema sicuramente privo di interesse per i più, vero e proprio specchio dei tempi.

I segni che lo dimostrano non mancano. Non c’è modo di riportare qui un’analisi approfondita, sarebbe fuori luogo, ma pochi esempi sono sicuramente sufficienti a dimostrare l’assunto inequivocabilmente. Sia chiaro che in nessun caso si pensa di generalizzare o di fare di tutta l’erba un fascio, ma di fronte a consistenze tanto elevate le eccezioni, più che confermare la regola, ci dimostrano che si potrebbe fare meglio, forse addirittura non si potrebbe fare peggio, perché -ovviamente- anche l’astenersi, il lasciare che tutto accada come vuole, indipendentemente da noi, appartiene alla categoria del fare.

Non si tratta di sentenziare l’assoluta mancanza di ogni forma di ricerca, che, infatti, è, al contrario, presente in molti se non in tutti i settori, ma come questa sia generalmente ridotta, schiacciata ad un ruolo marginale per i più. Se consideriamo che ciò malgrado i risultati non mancano, si dovrebbe comprendere come tale atteggiamento, e naturalmente il comportamento collettivo che ne consegue, ci impediscano i miglioramenti che potrebbero essere ottenuti nel breve ma soprattutto nel lungo periodo.

Non abbiamo nemmeno capito che non si tratta di una spesa ma di un investimento! Non quindi qualcosa che se ne va, come fosse frutto di vanità, ma la rinuncia al godimento immediato per un maggior risultato futuro. A seguire si potrebbe però sostenere che mancando la materia prima -il denaro- sia impossibile anche solo sceglierne che farne. La realtà è però che ciò che latita sia quantitativamente tale dopo che sia stato in gran parte speso o comunque distratto mentre, se ciò di cui stiamo disquisendo fosse stato posto tra le priorità, le risorse sarebbero state trovate.

L’analisi del nostro quotidiano risulta impietosa, nella quasi totalità degli ambiti. Vogliamo iniziare dalla politica, che in realtà andrebbe chiamata “partitica”? È del tutto evidente come l’unico interesse sia il prolungare la presenza sugli scranni degli attuali “eletti” -da notare il doppio significato del termine- non certo il produrre risultati di lungo periodo, i cui meriti ricadrebbero su altri, forse perfino sugli avversari. Nessun investimento in ricerca, quindi e infatti, cosa gravissima, che ci sta già facendo regredire e che ha come unica scusante la difficoltà di comprensione da parte degli elettori. Presente quanto hanno fatto altri paesi negli ultimi anni, ad esempio, l’India? Noi, pur con l’alternanza di guida che abbiamo subito, siamo andati in direzione opposta. Però già ci lamentiamo del danno che sentiamo ormai prossimo, causato -appunto- dai paesi che hanno pesantemente investito -guarda caso- in ricerca e che, pur se partiti molto indietro, hanno finito per raggiungerci e superarci. La responsabilità -non delegabile- è però nostra e solo nostra.

L’economia “reale” vive qualcosa di diverso? Direi di no, caratterizzata com’è da una moltitudine di protagonisti e subalterni volti solo al proprio guadagno immediato. La cartina di tornasole potrebbe essere costituita dai primati che abbiamo perso pressoché in tutti i settori. Pongo anche un interrogativo: è corretto elogiare alcuni prodotti realizzati nel nostro paese -generando il “made in Italy”- se le materie prime provengono dall’estero e la lavorazione avviene con attrezzature e personale proveniente da fuori? Corollario: quale la differenza con la produzione in altro paese, con le stesse macchine e lavoratori non italiani?

Nella scuola la ricerca è invece appannaggio dell’università, se però pensiamo a quelle che conosciamo troppo spesso non ci viene in mente uno straccio di contributo che sia uno, anche perché ai roboanti titoloni spesso non corrispondono contenuti di reale valore, tanto che non possono di certo essere presi in considerazione se non nel mondo accademico, nella lotta per la carriera!

In realtà il termine ricerca viene pronunciato, diciamo pure spesso, in televisione. Ma come, non si trattava del più becero strumento nazional-popolare per drogare le folle? Certo, ma forse ci sarà qualche bel programma, magari in seconda serata, che affronta questi temi, facendo divulgazione. No, la sentiamo ben prima, a tutte le ore, nella pubblicità! In certe reti, infatti, vengono mostrati casi di malattie gravissime, che colpiscono alla nascita per cui sono i genitori a chiedere a noi utenti di contribuire finanziariamente, con una modesta donazione ricorrente, alla ricerca su questi problemi di natura genetica. Questa, la scoperta in breve tempo di una cura specifica, è la loro unica speranza! Anche alcuni spontanei donatori, poco importa se in realtà si tratti di attori professionisti, dall’aspetto del tutto normale, si sono associati, ribadendo di non poter non dare un modesto contributo alla causa, consci che solo la ricerca potrà salvare, speriamo presto, questi gravi ammalati, specie se bambini.

Del resto una popolazione dedita a lotterie e giochi basati sul caso ma sui cui pensa di poter applicare la propria razionalità o il proprio sentire, dove pensiamo possa andare? Non dimentichiamo che i ragionamenti su cui si basa il fare di questi “giocatori” sono semplicemente del tutto errati, al punto da chiederci se non sia sbagliato rubare loro questa illusione. Peccato che non stiamo dicendo di togliere il giocattolo ad un bambino piccolo piccolo, magari per orientarlo su attività quantomeno della stessa importanza. Non si può nemmeno credere che tutto ciò sia indifferente o innocuo. Se tanto mi dà tanto, finiremo per lodare il fantacalcio!

Il quadro perciò è desolante, per decenni abbiamo vissuto sui fasti del passato, nemmeno capendo che non possono essere eterni, ed anzi in anni tanto “veloci” basta poco per venire raggiunti e superati. Non sarà facile recuperare, ammesso lo si voglia, ed in realtà si dovrebbe andare oltre! Quanto tempo e quanti investimenti saranno necessari? In moltissimi casi la cosa sarà insostenibile, non resta che ritirarsi. Un successo, non c’è dubbio.

Ammesso che qualcuno sia d’accordo con quanto appena affermato e non con ciò che siamo costretti a subire ogni giorno, c’è qualcosa che -dal basso- possiamo davvero fare? Perché se è scontato che la concreta pianificazione di entità immense, come sono gli stati, ma ancor di più le organizzazioni sovranazionali, e grandissime società, in certi casi perfino multinazionali, non spetta a noi e pure se lo desiderassimo non potremmo avere alcuna voce in capitolo… Però il cominciare -con i piedi a terra- ad invertire la tendenza è possibile, e tutti coloro che non vogliono essere del tutto passivi nel confronto di ogni cosa ed accadimento -tradotto: non intendono farsi la vita addosso- hanno il dovere di guardare avanti, anche, o se non altro, per chi verrà dopo di loro. Ecco alcuni punti da considerare allo scopo.

Un primo passo da consigliare a chi volesse quanto meno provarci è lo scontato cambio di atteggiamento: smettere di guardare il dito ed osservare la luna. Alla propria scala ognuno farà -perché lo può mettere in atto senza autorizzazioni esterne- interventi mirati, sia nell’immediato che in ottica di lungo periodo. Diverso è naturalmente il caso di un artigiano, professionista o altro, che lavori da solo e con strumentazione limitata, da chi lo fa in contesti, pubblici o privati, immensi. Il primo non potrà fare ricerca vera e propria, semmai formazione e miglioramento continui; gli ultimi devono! Anche la microimpresa può comunque avere il proprio ruolo, generando specifica domanda di ciò che può comportare il miglioramento, spesso di natura innovativa.

Altro passo è comprendere che quello che fino a ieri pareva necessario e sufficiente potrebbe non esserlo più. Per chi ha sempre e solo lavorato in un modo, magari pure identificandosi nella propria attività lavorativa, potrebbe essere un trauma, oltre che economico, psicologico. Non è facile, infatti, dire a sé stessi di essere “finalmente” diventati superflui. A chi ritiene impossibile venire colpito da un tale accadimento, se desidera smettere di raccontarsi allo specchio cose non vere, basta un breve colloquio con una qualsiasi delle intelligenze artificiali disponibili gratuitamente: in estrema sintesi, l’irreversibile processo in atto farà sì che rivedremo la sostituzione della manodopera tradizionale con gli strumenti della rivoluzione industriale. Questa volta però il colletto da blu diventa bianco, l’oggetto non sono più gli operai ma i lavoratori di concetto. Poco importa se riguarda più i lavoratori autonomi o quelli dipendenti, ancor meno se, al di là di ragionamenti semplicistici, nel lungo periodo si avrà maggiore occupazione, a molti succederà quanto indicato a meno che non diventino protagonisti del processo o addirittura lo anticipino. Che sia ricerca anche questa?

La si pensi come si desidera, umanamente accettiamo pure le teorie consolatorie, autocommiserazione compresa, ma non è opinabile il fatto che senza ricerca si è destinati ad essere messi da parte, come dimostrato da ciò che succede al nostro amato-odiato paese, che da anni non investe se non il minimo possibile. Non è di alcuna consolazione sapere che altri se la passano peggio ed ancor meno l’aver finalmente compreso la decadenza di cui sentivo parlare durante le lezioni di storia.

Cosa possiamo fare quindi?

Aderire, dopo aver verificato non trattarsi dell’ennesima truffa, alla richiesta di finanziamento da parte delle associazioni e simili di cui abbiamo già detto che operano in questo ambito è sicuramente qualcosa. Il problema semmai non è l’importo, così esiguo, ma la scelta della proposta da sposare, vista la quantità di richieste e l’impossibilità di esaudirle tutte. Nella stessa direzione vanno i lasciti testamentari, quelli che potrebbe fare, almeno in parte, chi ha molto ma pure chi proprio ricco non è ma qualcosa possiede ed ha motivo per non lasciarlo ai propri eredi naturali. L’aiuto sarebbe concreto in entrambi i casi!

Meno prosaicamente, possiamo adottare l’atteggiamento di chi è volto al cambiamento -in meglio, serve specificarlo?- dato che la ricerca non è solo quella scientifica ma anche che non è più possibile sedersi sugli allori o aspettare che qualcuno venga a risolvere i nostri problemi o ad esaudire i desideri che auspichiamo. Si dirà che i risultati non possono che essere limitati! Ineccepibile, del resto -sempre- dipende da dove mettiamo l’asticella che determina il successo o meno di qualcosa. Il riuscire a fare proprio questo atteggiamento comporta anche la possibilità di portare innovazione, “cosa” che è assolutamente impedita proprio dal modo di fare in essere. Lo racconta, fuori dagli schemi, chi ha tentato di mettere insieme chi fa ricerca con chi potrebbe -e dovrebbe- applicarla e, infatti, narra che i mondi sono completamente diversi ma soprattutto privi di ogni possibilità di interazione: siamo davanti ad una vera e propria incomunicabilità, nei due versi, ovvio!

L’innovazione è a questo punto impossibile, la ricerca resta confinata negli ambienti che l’hanno generata, quindi fine a sé stessa, mentre il mondo produttivo continua senza sosta a fare le stesse cose, peccato che il mondo reale non le desideri più. Un mondo così compartimentato è naturalmente quanto di peggio potremmo augurarci, però siamo proprio noi ad averlo generato ed a mantenerlo in salute. Si potrebbe obiettare che non abbiamo bisogno di modificare; le citazioni si sprecano, dal “si stava meglio quando si stava peggio” alla “squadra che vince non si cambia”. In realtà però non stiamo vincendo e probabilmente stiamo pure vivendo al di sopra delle nostre possibilità. Inoltre, è impossibile nascondere come i contrari -a parole- all’innovazione ne sfruttano i risultati, lamentandosi pure dei limiti di quanto abbiamo a disposizione. Li abbiamo visti in azione i signor-no di questo e quello? Utilizzano alla di più non posso proprio quello che dichiarano di combattere, semplicemente scaricandone la colpa su tutti gli altri.

Altro aspetto imprescindibile è come in un mondo competitivo come quello odierno tutti coloro, e sono ovviamente la stragrande maggioranza, che non abbiano la possibilità di vivere appartati (o avulsi?) dalla realtà, non hanno alternativa al partecipare a questa partita, possibilmente ed auspicabilmente conducendola da protagonisti più che da subalterni.

In conclusione ed a beneficio di chi -illuso sognatore?- crede che si possa vivere senza competere, aggiungo che solo la ricerca -e l’innovazione che ne consegue- possono far sì che si possano soddisfare i bisogni primari, risultato che oggi non tutti hanno, e non solo quelli, superando la concorrenza ma pure migliorando il nostro stare, ad esempio debellando malattie oggi ritenute inguaribili. Chi può esserne contrario?