Nel 1992, il politologo statunitense Francis Fukuyama pubblica un libro destinato a lasciare una traccia profonda nel pensiero occidentale, ed a segnarne l’immaginario. Nel suo saggio1, l’autore parte dalla caduta del muro di Berlino - evento simbolico e prodromico del collasso dell’Unione Sovietica - per immaginare lo scenario che sembra dispiegarsi nel mondo: il capitalismo ha vinto, non c’è più un pensiero alternativo; la Storia, intesa come processo dinamico e mutevole, ‘cessa’ di esistere, è il mondo unipolare, dominato dal capitalismo e dal libero mercato. “There is no alternative”, come diceva la Thatcher.

Per quanto già allora, quando l’URSS si sgretola, il mondo non fosse più sostanzialmente bipolare, com’era stato nei quarant’anni precedenti, visto che era da tempo cominciata ad emergere la potenza cinese, pure la fine del sistema sovietico fu interpretato in occidente come l’inizio di un’era di incontrastato dominio del proprio modello politico, sociale ed economico.

Crollata l’URSS, si apre una fase di riassestamento globale. Tanto per cominciare, si scioglie il Patto di Varsavia, l’alleanza militare dei Paesi del blocco ‘socialista’ nata nel 1955, mentre la N.A.T.O. (nata nel 1949) resta invece in piedi. Si riunifica la Germania. I Paesi dell’Est Europa corrono a ricollocarsi ad occidente. La Germania ricomincia a guardare ad Est per il proprio espansionismo economico. Si avvia lo smembramento della Yugoslavia post-Tito, portata a termine con la guerra della N.A.T.O. pochi anni dopo.

In questo quadro geopolitico, gli Stati Uniti vedono la propria leadership del mondo occidentale (in effetti una sorta di club dei Paesi ricchi amici degli USA) estendersi su scala planetaria; quella che gli americani hanno sempre percepito come la propria ‘mission’, la guida del mondo, sembra finalmente sul punto di realizzarsi. Per rispondere a questa chiamata ‘imperiale’, Washington riprende la propria espansione militare: almeno ottocento basi militari sparse per il mondo2, con una spesa di oltre seicentosessanta miliardi annui3, più di quanto spendano insieme i quindici stati che la seguono in classifica. Chiaramente, questo approccio alla ‘mission‘ dice in modo inequivocabile come, nella strategia americana, lo strumento militare sia fondamentale proprio ai fini del mantenimento dell’egemonia. Ed esattamente come il vecchio impero britannico, tale egemonia si fonda su due elementi: da un lato, l’isolamento - l’America è separata dagli altri continenti da due oceani, il che la mette al riparo da attacchi terrestri - e dall’altro la capacità di proiezione globale - che, oggi, non è più solo dominio dei mari ma anche dell’aria e, appunto, una rete di basi planetaria.

Ma, naturalmente, dal punto di vista statunitense, questo dominio imperiale va difeso, soprattutto impedendo che emergano potenze in grado di competere. E, nella grammatica strategica USA, il cuore del contenimento è l’Eurasia. Qui emergono quattro antagonisti: Cina, Russia, Corea del Nord e Iran. Secondo il punto di vista americano, solo la massa bicontinentale può dar vita a un rivale o a un asse di potenze in grado di sfidare l’impero globale a stelle e strisce. Quindi è qui che è necessario mantenere il controllo. Impedire la nascita, a qualsiasi livello, di un potenziale blocco euroasiatico, è una questione vitale per gli Stati Uniti.

Da questo punto di vista, quindi, il crollo dell’Unione Sovietica è stato una vera e propria manna. Non solo e non tanto perchè ha determinato la scomparsa di un ‘competitor’ (anche se solo sul piano politico militare, perchè su quello economico non lo è mai stata), quanto perchè la sua dissoluzione riguarda esattamente la posizione centrale tra i due blocchi continentali, quella attraverso cui si sarebbe eventualmente potuta realizzare una convergenza euroasiatica.

Ed è questa la ragione per cui si è tenuta in vita la N.A.T.O., originariamente creata come alleanza difensiva rispetto ad una ipotetica invasione sovietica, poiché essa serviva e serve ad un duplice scopo: coinvolgere i Paesi europei nella difesa armata dell’impero, e tenerli opportunamente al guinzaglio.

Anche se, almeno fino agli anni ‘60, negli USA era effettivamente presente una psicosi anticomunista, in realtà l’URSS si è sempre attenuta agli accordi Roosvelt-Stalin di Yalta, e non ha mai fatto alcun tentativo di andare oltre la ‘ripartizione’ dell’Europa in due rispettive aree di dominio. Accordi peraltro sempre rispettati anche da parte statunitense, che non ha mai pensato di intervenire quando - 1956: Ungheria, 1961: Berlino, 1968: Cecoslovacchia - Mosca interveniva militarmente nella ‘propria’ metà.

In ogni caso, risolto (almeno temporaneamente) il pericolo Eurasia, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso l’America si è concentrata sulla Cina, spostando il baricentro strategico dall’Atlantico al Pacifico. La fenomenale crescita economica cinese - alimentata proprio dalle economie occidentali, nella fase espansiva della globalizzazione - ne ha infatti determinato una crescente capacità e volontà di porsi come potenza globale. La proiezione mondiale della Cina, però, diversamente da quella statunitense, viaggia soprattutto attraverso progetti di partnership economica, e la crescita dello strumento militare è ancora molto al di sotto dei livelli di investimento americani (‘solo’ 98.800.000.000 di dollari - dati 20094). Con un approccio assai diverso da quello euro-americano, sostanzialmente neocoloniale ed in genere gestito attraverso i prestiti del FMI (soggetti a pesanti richieste di ‘contropartite’ strutturali), l’espansionismo economico di Pechino si basa piuttosto sulla realizzazione di partnership reciprocamente proficue, senza condizioni politiche, e comunque mirate a sostenere ed espandere la propria economia. Dall’America Latina all’Africa, passando per l’Europa, sono innumerevoli gli accordi stabiliti dalla Cina, volti sia all’approvvigionamento energetico e di materie prime, sia all’apertura di nuovi mercati.

Ma, mentre Washington si concentrava sul Pacifico, pur senza perdere di vista l’Europa (dove la N.A.T.O. si è rapidamente allargata a quasi tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico), anche se tra mille contraddizioni la crescita economica dei Paesi dell’Unione Europea andava avanti. E la Germania, Paese leader continentale, guarda naturalmente ad Est. A sua volta, negli ultimi vent’anni la Russia - uscita dal caos in cui l’aveva precipitata la fine dell’URSS prima, e la dissennata politica di Boris El'cin poi - ha abbracciato un’economia di tipo capitalistico, ma ha anche riesumato una sua ‘volontà di potenza’, alimentata da un orgoglio nazionalistico, che trova nella figura di Vladimir Putin la sua piena espressione. Ponendosi nel solco della tradizione zarista (la Grande Madre Russia), ben più che in quella sovietica, Putin ha costruito un regime autocratico, anche se nel quadro di una formale democrazia rappresentativa. Nel corso degli ultimi anni, quindi, soprattutto in virtù di un interesse reciproco, Russia ed UE hanno intrecciato solidi rapporti, basati principalmente sull’export delle fonti energetiche (gas, petrolio) russe. La Russia, del resto, per quanto si estenda molto verso l’Asia (è lo stato-nazione più grande del mondo), è - e si è sempre sentita - un Paese europeo.

Agli inizi degli anni Duemila, il quadro che si prospetta alle amministrazioni statunitensi è quindi, dal loro punto di vista, preoccupante. Non solo i rapporti UE-Russia sono reciprocamente proficui, ma anche quelli Europa-Cina sembrano andare nella stessa direzione. In particolare, ci sono due elementi che destano allarme. Il North Stream 2 e la ‘nuova Via della Seta’.

Il flusso energetico dalla Russia verso l’Europa passa attraverso il territorio ucraino, perchè ovviamente è la via più diretta. Ma, come si ricorderà, qualche anno fa - durante una crisi nei rapporti russo-ucraini - Kiev ‘chiuse i rubinetti’, bloccandone il passaggio. Il controllo dell’Ucraina, quindi, si rivelava cruciale per incidere su questo fondamentale snodo del rapporto eurorusso. E infatti l’Ucraina era stata destabilizzata, e portata decisamente nell’orbita americana, attraverso cospicui investimenti prima, e con la controversa ‘rivoluzione’ di piazza Maidan poi, in cui giocarono un ruolo fondamentale alcune milizie armate di ispirazione neonazista. Ma la risposta russo-tedesca è stata, appunto, l’avvio del progetto North Stream 2, un gasdotto che, attraversando il mar Baltico, bypassa l’Ucraina, privando quindi questo Paese del potere interdittivo sul flusso energetico.

Dall’altro versante, il grande progetto di sviluppo cinese per una nuova, gigantesca via commerciale tra Cina ed Europa, che comporta enormi investimenti in infrastrutture logistiche in Asia, Africa ed Europa, rappresenta a sua volta un passo in quella direzione euroasiatica che a Washington è vista come il fumo negli occhi.

Tutto ciò, e sempre nella prospettiva di un confronto globale tra potenze, ha portato nuovamente il focus dello stesso sul teatro euroatlantico. L’urgenza, per gli Stati Uniti, diventa troncare sul nascere qualsiasi possibilità di saldatura tra Europa ed Asia, foss’anche soltanto sotto il profilo commerciale. Per questo, Washington ha lavorato negli ultimi anni sia ad indebolire l’UE (la ‘Brexit’ fu fortemente voluta e sospinta dagli USA), sia a rinsaldare i legami transatlantici (richiesta di aumentare il budget N.A.T.O. al 2% del PIL di ciascun Paese membro). Ma, mentre raffreddare i rapporti con la Cina è stato meno difficile, e la ‘nuova Via della Seta’ si è per il momento arenata - almeno sul ‘terminale’ europeo - la dipendenza energetica dal gas russo, soprattutto per Germania ed Italia, è così forte che per interromperla ci vuole qualcosa di molto, molto forte.

Per questo, a partire dagli eventi di ‘euromaidan’ e del conseguente rovesciamento del governo Janukovyč, gli Stati Uniti hanno incoraggiato il governo ucraino ad assumere atteggiamenti sempre più ostili verso la Russia. Iniziati dapprima con l’emanazione di leggi contro la forte minoranza russofona, e con le violenze perpetrate dalle varie milizie neonaziste (che saranno poi addirittura integrate nell’esercito), tra cui la famosa ‘strage di Odessa’5, sino a provocare la crisi del Donbass, quando gli ‘oblast’ di Doneck e Lugansk - sulla scia di quanto fatto poco prima dalla Crimea - proclamano l’indipendenza. Per cercare di fermare l’escalation, Francia e Germania portano al tavolo negoziale Russia ed Ucraina, e nel 2015 vengono siglati gli ‘accordi di Minsk’. Ma in pratica gli ucraini hanno sempre disatteso gli accordi, continuando ad esercitare una pressione politico-militare sulle aree separatiste russofone. Contemporaneamente, è cresciuta la pressione per portare l’Ucraina nella N.A.T.O., ben sapendo che questo sarebbe stato considerato inaccettabile da Mosca.

L’adesione al Patto Atlantico, così come quella alla UE, non è però una cosa semplicissima, ed oltre all’accordo di tutti gli stati membri, ed al rispetto di un iter prestabilito, richiede anche che si diano determinate condizioni; in particolare, e per ovvi motivi, non può aderire un Paese che si trovi in stato di guerra, cioè esattamente quello che stava accadendo sul confine Est del Paese. Per aggirare questi impasse, ed impedire che la crisi si attenuasse, l’Ucraina viene dichiarata partner dell’alleanza (nel 2019, la decisione di aderire alla N.A.T.O. viene addirittura inserita nella costituzione...), e soprattutto inizia una strettissima collaborazione militare. Gli USA ed alcuni Paesi dell’Alleanza cominciano a fornire armi e mezzi all’esercito ucraino, e ad addestrarne il personale. Gli americani curano in particolare l’addestramento del ‘battaglione Azov’, una delle milizie nazi integrate nell’esercito, facendone l’unità ucraina di punta, armata anche con artiglieria e carri armati. Infine, nel 2021, la N.A.T.O. organizza ben tre grandi esercitazioni in territorio ucraino: 'Sea Breeze', 'Rapid Trident' e 'Three Swords', più un’altra in Georgia ('Agile Spirit'). Tutte le esercitazioni sono dichiaratamente in funzione anti-russa.

Naturalmente, e giustamente, tutti inorridiamo quando un Paese ne aggredisce un altro. Anche se è quello che abbiamo fatto anche noi, dall’Afghanistan alla Serbia alla Libia. Ma comprenderne le cause, inquadrarne gli avvenimenti, è importante soprattutto se si vuole dare un senso alle cose, e se si vuole evitare che si ripeta.

L’interesse strategico degli USA era ed è quello di impedire qualsiasi saldatura tra Europa ed Asia e, come si è detto, in questo la Russia - per la sua posizione centrale - è lo snodo fondamentale. Per l’Europa, mantenere e sviluppare buoni rapporti sia con la Russia che con la Cina, anche fermi restando i legami con Washington, sarebbe interesse primario. Ma, nel momento in cui questi interessi confliggono con quelli americani, per gli USA non c’è mediazione possibile.

Conoscendo le preoccupazioni russe per l’espansione della N.A.T.O. verso i suoi confini, conoscendo anche quanto sia rilevante per Mosca la garanzia della propria sicurezza (basti immaginare cosa farebbe la Casa Bianca, a parti invertite) e, non da ultimo, conoscendo anche l’approccio della leadership russa, è evidente che lavorare per non risolvere la crisi, ma anzi per inasprirla, aveva il prevedibile scopo di metterla spalle al muro.

Così come è evidente che, pur consapevoli che l’opzione militare era per il Cremlino assolutamente possibile, non si è fatto alcun passo ‘reale’ per dissuaderlo. Anzi, proclamando a gran voce che né gli USA né la N.A.T.O. sarebbero intervenuti, la si è di fatto incoraggiata. Al contrario, se davvero si fosse voluto evitare l’attacco russo, sarebbe bastato organizzare un’altra grande esercitazione in prossimità dei confini Est, facendola durare sinché la Russia non avesse ritirato del tutto le truppe coinvolte nell’esercitazione ‘Zapad’. Oppure USA ed Ucraina potevano stipulare un patto bilaterale di assistenza.

Di fatto, la crisi ucraina poteva avere un esito diverso, se si fosse voluto, e cioè se non si fosse spinta all’estremo la politica di ‘provocazione’ nei confronti della Russia, e non si fosse illuso il governo ucraino che non sarebbe stato lasciato solo, in caso di attacco da Est.

In effetti, per Washington, almeno sul breve termine, era una scommessa win-win; se la Russia avesse incassato ogni provocazione senza reagire, oltre a mettere in crisi l’autorità di Putin, ciò avrebbe aperto la strada ad una ulteriore espansione N.A.T.O. ad Est - Ucraina, poi Georgia, poi Azerbaidjan... Se invece, come previsto, avesse reagito, ciò avrebbe creato l’occasione perfetta per portare alla rottura dei rapporti UE-Russia, come puntualmente è accaduto. Il tutto, senza correre alcun rischio, senza impegnarsi direttamente, e senza alcun costo economico significativo (anzi, con un vantaggio, visto che per sostituire il petrolio russo l’Europa ora comprerà quello americano, e appena possibile farà lo stesso col gas).

Al momento, quindi, si può dire che sono gli USA a portare a casa il risultato. Ma, al tempo stesso, questi avvenimenti - di là da come svilupperanno a breve - sono però un segnale assai significativo. Annunciano al mondo che l’era unipolare è già bella che finita.

Nel 1998, in una intervista al New York Times6, George Frost Kennan (un importante diplomatico e storico americano, figura chiave negli anni della Guerra Fredda) a proposito della espansione verso Est dell’Alleanza Atlantica ebbe a dire: "Penso che sia l’inizio di una nuova guerra fredda. Penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e ciò influenzerà le loro politiche. Penso che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per questo. Nessuno stava minacciando nessun altro."

Dopo la pessima conclusione della tragica avventura afghana, questo è un altro colpo all’idea di una ‘pax americana’. Ci affacciamo su un mondo più instabile, sicuramente multipolare, in cui non solo le ‘grandi’ potenze (USA, CINA, Russia) giocano la propria partita, ma in cui anche nuovi ‘attori’ agiranno più liberamente, in base alle proprie ambizioni ed ai propri interessi - dalla Turchia all’Iran, all’India.

La Storia non era mai finita, era solo una distorsione percettiva. Ora ha ripreso a scorrere anche ai nostri occhi.

P.S.: per comprendere l’importanza strategica dell’Ucraina, e conoscere meglio la sua storia recente, può essere utile la visione del documentario realizzato nel 2016 da Oliver Stone, Ucraina in fiamme.

Notes

1 Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo”, UTET.
2 Cfr. Limes, La collana di perle delle basi militari americane.
3 Cfr. Wikipedia, Stati per spesa militare.
4 Ibidem.
5 Cfr. Wikipedia, Strage Odessa.
6 Cfr. New York Times.