Massimo De Carlo presenta The studio, una mostra personale del pittore statunitense Jonathan Gardner. Nei suoi interni stilizzati e onirici, alcuni dei soggetti più antichi della storia dell’arte – il nudo, la natura morta, il paesaggio – diventano scene inventate, intime e archetipiche insieme. Nella mostra londinese, il soggetto è lo studio d’artista: stanze che si aprono su altre stanze, dipinti che ne contengono altri, sospesi tra memoria, immaginazione e storia dell’arte.

Nei suoi quadri, una parete lascia il posto a un paesaggio, una tela si appoggia a un’altra, un cavalletto mette radici e diventa albero. Lo spazio è piatto e nitido, il colore steso a campiture, e gli echi di Matisse e Magritte si fondono in ambienti costruiti secondo la logica del sogno. Lo studio, per Gardner, è una sequenza di stanze concentriche: a ogni soglia ci si allontana dal mondo e ci si avvicina alla fantasia.

Anche i paesaggi sono immaginari: distese desertiche mai viste, attraversate da fiumi che evocano lo scorrere del tempo. Il deserto, per Gardner, è il luogo della solitudine e dell'introspezione, un vuoto che inquieta e che, proprio per questo, fa spazio a qualcosa di nuovo.

Oltre al dialogo con la storia dell'arte si muove però qualcosa di più fragile. Nei lavori più recenti, i nudi si caricano di un significato legato alla fertilità: il vaso che la donna regge in Painter in the studio ne è un antico emblema e, nelle parole dell'artista, un contenitore per tutto ciò che sta prendendo forma nella sua vita interiore. Il tema riaffiora altrove, in modo più obliquo. In Painter, una figura con due bambini in braccio si allontana lungo un porticato dechirichiano, verso una porta buia che suggerisce insieme una minaccia e un inizio. Poco distante, un kouros mutilato, incarnazione di una giovinezza e di una mascolinità frammentate, diventa simbolo di ciò che si porta con sé e di ciò che si trasmette. Nulla è detto esplicitamente. Ciò che scorre sotto queste stanze, una speranza velata d'inquietudine, Gardner lo tiene volutamente a distanza, con i soli mezzi della pittura.

Anche gli autoritratti sono finzioni. In Painter in the studio, la somiglianza è appena accennata e lo studio non coincide del tutto con quello dell’artista: è arredato a partire dalla memoria, con il tappeto orientale dei suoi genitori e le chitarre vintage che colleziona, mentre un cavalletto è collocato davanti a una finestra in un esplicito omaggio a La condizione umana di Magritte. Sono frammenti autobiografici disposti come una natura morta – un ritratto di ciò che il pittore sceglie di tenere vicino a sé.

Gardner lascia che la stanza si inclini fino a quando ogni elemento si ricompone su un unico piano decorativo. Ciò che è appeso alle pareti costituisce la stanza dentro la stanza: un interno della mente, ricreato in ogni minimo dettaglio. Per Gardner, lo studio è più uno stato mentale che un luogo fisico; i dipinti, come afferma lui stesso, sono "in parte memoria, in parte immaginazione e in parte storia dell’arte".