Il tempo è stato probabilmente il miglior alleato di Robert Mapplethorpe. Le immagini che tra gli anni Settanta e Ottanta alimentarono polemiche, censure e dibattiti sulla libertà artistica oggi sembrano parlare un linguaggio diverso. Visitando la mostra Le forme della bellezza, allestita al Museo dell’Ara Pacis di Roma, si ha infatti la sensazione che lo scandalo appartenga ormai alla cronaca, mentre ciò che resta intatto è la straordinaria qualità formale della sua fotografia.

Il percorso espositivo, curato da Denis Curti, raccoglie oltre duecento fotografie che attraversano l’intera produzione dell’artista americano. Ritratti, nudi, composizioni floreali e nature morte convivono senza soluzione di continuità, rivelando una coerenza espressiva sorprendente. Cambiano i soggetti, ma non cambia lo sguardo: Mapplethorpe costruisce ogni immagine come un oggetto perfettamente calibrato, dove luce, geometria e proporzioni diventano struttura portante.

Accanto ai nuclei più noti del suo lavoro — i ritratti di protagonisti della cultura e dello spettacolo, da Yoko Ono a Richard Gere, passando per Robert Rauschenberg e David Byrne, insieme alle muse Patti Smith e Lisa Lyon — la mostra romana introduce anche materiali meno consueti, legati ai soggiorni italiani dell’artista tra Capri e Napoli. Fotografie che dialogano indirettamente con la stagione di relazioni costruita attorno alla figura del gallerista Lucio Amelio e al clima culturale napoletano di quegli anni, segnati dal progetto Terrae motus.

A colpire non è tanto la carica trasgressiva di alcune fotografie, oggi in gran parte assorbita dalla sensibilità contemporanea, quanto la capacità di trasformare ogni soggetto in una forma essenziale. Un fiore riceve la stessa attenzione riservata a un corpo umano; un volto celebre viene trattato con il medesimo rigore di una natura morta. Tutto sembra ricondotto a una ricerca di equilibrio che sfiora l’ossessione.

La mostra ha il merito di sottrarre l’autore a una lettura semplicistica. Dietro l’etichetta di fotografo provocatore emerge infatti un artista profondamente interessato alla costruzione dell’immagine e alla tradizione classica della rappresentazione. Non c’è compiacimento, ma un lavoro costante di sottrazione che elimina il superfluo per arrivare all’essenza del soggetto.

In questa prospettiva risulta convincente la lettura proposta da Curti, che invita a considerare Mapplethorpe prima di tutto come un autore della forma. Una chiave interpretativa che attraversa l’intero percorso e che consente di rileggere opere celebri liberandole dal peso dei luoghi comuni.

Più che una celebrazione, quella dell’Ara Pacis è dunque una riscoperta. E conferma come la grande fotografia, quando è davvero tale, riesca a sopravvivere alle mode, alle polemiche e perfino al proprio tempo. Oltre lo scandalo, per Mapplethorpe, resta la forma. E non è poco.