Nell’agosto del 1936 vennero disputati i Giochi della XI Olimpiade, assegnati alla Germania dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1931, quando ancora non era al governo il cancelliere Adolf Hitler.

All’elezione di questi, il Comitato rifiutò di cambiare la sede olimpica; allo stesso tempo però, il Cancelliere non aveva grande interesse per i Giochi. Sarà però il suo ministro della propaganda, Joseph Goebbels, a spiegargli come invece l’occasione sarebbe stata propizia per divulgare i principi del nazismo, convincendo le nazioni che fosse una politica giusta.

Il concetto di cura del corpo, di appartenenza del corpo allo Stato, di potenza fisica sostenuta dai principi politici nazisti, poteva avere la sua apoteosi proprio nella grande parata delle Olimpiadi. L’evento poi avrebbe emulato il Campionato del Mondo di Calcio organizzato nell’Italia fascista del 1934. Per questo motivo gli sforzi per organizzare al meglio i Giochi furono ampi, cercando di non trascurare niente, dall’esempio della più alta modernità, al quotidiano dedicato.

Venne realizzato lo stadio olimpico a Berlino, con capienza di centomila spettatori e foggia greco-romana, con accanto un campo di parata per almeno mezzo milione di persone, dove la parata sarebbe stata la celebrazione della nuova Germania del Terzo Reich; la cerimonia di apertura fu sorvolata da un altro simbolo della Germania nazista, il dirigibile Hindenburg, con Richard Strauss che dirigeva la musica trionfante di sottofondo.

Il Villaggio olimpico, chiamato “Villaggio di pace”, venne invece costruito a quattordici chilometri dallo stadio. Accoglieva solo gli atleti maschi, circa 3500, mentre le donne vennero ospitate in un villaggio più piccolo. Esso consisteva in 136 case con vario numero di posti letto e tutti i servizi annessi. Gli sport ammessi ai Giochi berlinesi andavano dalla maratona al ciclismo, poi la pallamano, l’equitazione, il pentathlon moderno, il pugilato, il sollevamento pesi, il canottaggio, la scherma, il calcio, l’hockey su prato, la vela, il polo, il nuoto e i tuffi, il basket, il tiro e il golf.

Per la Germania divenne penalizzante l’esclusione, per motivi politici e razziali, di atleti ebrei e rom (come Erich Seelig espulso nel 1933 dall’Associazione Pugilistica Tedesca, oppure il tennista Daniel Prenn, escluso dalla squadra della Coppa Davis), fatta eccezione per Gretel Bergmann, capace di stabilire il record di salto in alto, ma sospesa dalla squadra a un mese dall’inizio dei Giochi. La donna soffrì molto l’esclusione, ma fortunatamente riuscì a lasciare la Germania nel 1937 e a sopravvivere alla follia antisemita.

L’esclusione valeva anche per i tecnici, gli allenatori, i giornalisti sportivi.

L’atleta tipo tedesco doveva essere ariano anche nelle fattezze, pertanto alto, bello, biondo, con gli occhi azzurri. Esempio ne era Carl Ludwig Long, uno studente di Lipsia, specialista nel salto in lungo, tanto che aveva già superato per due volte il record olimpico stabilito ad Amsterdam nel 1928. Terzo ai Campionati Europei di Atletica nel 1934, Long era il beniamino non solo del pubblico ma anche di Hitler, che guardava a lui come a chi poteva al meglio rappresentare la nazione tedesca nell’atletica.

Intanto la politica antisemita tedesca del tempo aveva causato la nascita di un movimento per il boicottaggio delle Olimpiadi di Berlino, che interessò anche il presidente statunitense Roosevelt, che inviò un osservatore in Germania per rendersi conto della situazione.

Essa però apparve tra le migliori: per le due settimane di durata dei Giochi olimpici gli ordini furono di rimuovere i cartelli di divieto di accesso agli ebrei in luoghi pubblici e altri similari, come si fermò o rallentò la persecuzione, facendo apparire la Germania un Paese tollerante, aperto e moderno.

Venne allentato il controllo degli omosessuali, vietati in Germania, per i turisti che fossero giunti in occasione dei Giochi, così come quasi nessuno seppe che vennero rastrellati i rom presenti a Berlino per “garantire” l’ordine pubblico.

L’esperto di propaganda Goebbels convinse quindi Hitler a cercare di tacitare le polemiche permettendo ad almeno un atleta ebreo di partecipare ai Giochi olimpici in rappresentanza del Terzo Reich.

La scelta cadde sulla fiorettista Helene Mayer, medaglia d’oro ad Amsterdam e poi quinta alle Olimpiadi di Los Angeles. La Mayer decise di restare negli Stati Uniti per motivi di studio e quindi venne richiamata in patria nel 1936 per partecipare alle Olimpiadi berlinesi dove si qualificò seconda. Salita sul podio dichiarerà “Heil Hitler!”, facendo il saluto nazista al dittatore, quasi un ringraziamento per averle permesso di dimostrare di “essere una persona”.

Comunque il movimento antinazista si attivò all’estero, organizzando manifestazioni di richiesta del boicottaggio delle Olimpiadi per gli atleti di vari Paesi, per chi solidarizzava con gli ebrei e per chi non credeva in una politica corretta da parte del dittatore tedesco. Ad esempio, Barcellona organizzò una contro-olimpiade (che era prevista in estate, ma venne fermata dallo scoppio della guerra civile), e lo stesso accadde a New York (una manifestazione sportiva di due giorni appoggiata dal sindaco Fiorello La Guardia), in Olanda, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Cecoslovacchia, Israele (dove a Tel Aviv venne organizzata una contro-olimpiade nel 1935).

In alcuni casi degli atleti decisero autonomamente di boicottare le Olimpiadi, come accadde, ad esempio, per il Congresso Ebraico Americano, oppure per il Comitato Ebraico dei Lavoratori.

La decisione dell’Unione Atleti Dilettanti degli Stati Uniti di partecipare alle Olimpiadi, fece svanire o comunque tolse visibilità a chi non intendeva omaggiare il regime nazista andando a Berlino.

Altro problema era quello degli atleti neri: la richiesta informale di non farli partecipare non venne accolta dagli Stati Uniti, ad esempio, che inviò in Germania 18 atleti neri accanto agli altri; nel Paese comunque vigeva ancora il segregazionismo razziale. Quindi le contraddizioni non mancavano, nel lento cammino del superamento dei pregiudizi e per la parità di diritti e leggi nei vari Paesi.

L’apertura dei Giochi avvenne il primo agosto 1936 in un clima festoso e di modernità, sotto gli occhi delle telecamere che riprendevano per osannare il Cancelliere che dava ufficialmente inizio alla kermesse: essendoci ancora poche televisioni private nelle case, vennero organizzati punti di visione dei filmati che cominciavano a rendere evidente la presa del nuovo mass media sulla popolazione. Per la prima volta venne organizzata la torcia olimpica, portata da un tedoforo dalla Grecia fino alla sede attuale dei Giochi, Berlino in questo caso.

I Paesi partecipanti all’undicesima edizione erano 49, il numero più alto fino ad allora, con la Germania rappresentata da un altissimo numero di atleti, 348, seguita dagli Stati Uniti. L’Unione Sovietica decise di non prendervi parte.

L’Italia risultò quarta nel medagliere dopo Germania (con ottantanove medaglie di cui trentatré d’oro), Stati Uniti e Ungheria.

Tra gli eventi di cronaca più discussi, ci furono le vittorie del nero americano Jesse Owens, che vinse quattro medaglie d’oro nel salto in lungo, nella staffetta 4x100 e nei 100 e 200 metri, rivelandosi più forte di Long che divenne suo amico, costituendo entrambi uno smacco per la politica corrente e per Hitler stesso, che vide l’atleta considerato inferiore svettare nel salto e diventare amico di chi avrebbe dovuto prendere da lui le distanze.

Una olandese, Rie Mastenbroek, che vinse tre medaglie d’oro; la tuffatrice statunitense Marjorie Gestring che vinse la medaglia d’oro a soli 14 anni, battendo il record mondiale; Trebisonda detta Ondina Valla, la prima donna italiana che vinse una medaglia d’oro negli 80 metri a ostacoli, per citare solo alcuni esempi.

Soltanto alcuni commentatori capirono che si trattasse solo di una facciata, che in realtà il vero volto tedesco non fosse quello mostrato durante le Olimpiadi. La maggior parte delle persone, dei giornalisti, dei turisti, pensava che fosse stata l’occasione per cancellare i mormorii sul razzismo, davanti ad una Germania che si presentava degna di stare nel consesso delle nazioni, risollevatasi definitivamente dalla Grande Guerra.

La propaganda olimpica tedesca si concluse con l’uscita del film Olympia avvenuta nel 1938.

Si trattava del film commissionato dal governo alla regista filonazista Leni (Helene Bertha Amalie) Riefenstahl. Dopo aver frequentato con ottimi risultati la Scuola d’Arte di Berlino, ed essere diventata famosa per aver sciato in bikini, tanto che la sua fotografia venne usata per la copertina di “Times”, non ottenne il ruolo di angelo azzurro in un film di Sternberg (affidato a Marlene Dietrich), ma cominciò la carriera di regista. Questo la introdusse nel Partito nazista, e la sua popolarità la portò ad essere contattata da Goebbels, che cercava una regista, ma che divenne ben presto un suo detrattore.

Poco tempo dopo, Hitler la invitò alla Cancelleria del Reich per conoscere come proseguiva il suo film sul Congresso del Partito di cui Leni non sapeva nulla, tenuta all’oscuro da Goebbels, e questo fece sì che il rapporto di lavoro divenisse diretto con il Führer. Il successo dei suoi lavori l’avrebbe portata anche a Roma, convocata da Mussolini per realizzare un film sulla bonifica delle paludi pontine, ma Leni declinò l’invito.

L’uso sapiente della macchina da presa da parte di Leni fa dei suoi film dei vari capolavori di studio del cinema. Per queste ragioni, la troviamo a Berlino in occasione delle Olimpiadi, su richiesta di Hitler stesso che le mise a disposizione un budget impressionante per l’epoca ma, soprattutto, la massima libertà di decisione sulle riprese. Per esempio, la regista fece scavare delle buche, una sorta di trincea, nello stadio per poter posizionare le telecamere, così come organizzò delle riprese subacquee.

In tutto produsse 400mila metri di pellicola che elaborò nel film Olympia in due anni. Leni aveva prodotto un film artistico, che segnò la storia dei documentari sportivi; fu un film innovativo, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 1938, dove ottenne il premio come miglior film.