La Galleria Tiziana Di Caro inaugura la mostra intitolata Dove il futuro fu, il passato sarà, il forse è, una collettiva che include opere di Lorenzo Coletta (Napoli, 2001), Luca Gioacchino Di Bernardo (Napoli, 1991), Theo Drebbel (Napoli, 1990), Renato Grieco (Napoli, 1991), che inaugura giovedì 4 giugno 2026 alle ore 19:00.

Il titolo della mostra è preso in prestito da una poesia di Betty Danon inclusa nel libro d'artista Poesie nel quadrato, pubblicato nel 1973. I lavori di Lorenzo Coletta, Luca Gioacchino Di Bernardo, Theo Drebbel e Renato Grieco si posizionano perfettamente nel tempo presente, trascendendo però la realtà oggettuale. Il primo verso della poesia è: La mia dimensione è fuori dal quadrato, e partendo da questo assunto che Danon riferisce a se stessa, il progetto insiste sulla relazione possibile tra posizioni che ben si insinuano nel solco della contemporaneità, con un approccio critico autonomo e consapevole, ma lontano da logiche convenzionali. La pratica di ognuno dei quattro artisti va oltre il quotidiano per evidenziare un approccio critico autonomo e consapevole, che tende a sovvertire quello che è assimilabile alla realtà e inoltrarsi in un ambito che riguarda non solo in ciò che possiamo vedere, ma soprattutto quello che possiamo immaginare.

Il rapporto tra i tre lavori di Lorenzo Coletta costituisce una messa in scena che non ha mai inizio, in cui la Venere Senza titolo (Πάθεμάθος) incastonata in un piccolo proscenio, èparabola dell’impossibilitàdi movimento di un uomo divenuto giocattolo, intrappolato in un momento di deperimento che puòculminare sia in una metamorfosi che nell’immutabilità. Le fotografie, intitolate Tentazione della dedizione - Mi portòin una chiesa era nuova e brutta... raffiguranti la stessa chiesa in due momenti differenti, tentano di fuggire la logorante fissitàa cui la venere sembra condannata, creando un’illusione di movimento e luce, sovrastata peròdalla staticitàdella scena.

La grande tela di Luca Gioacchino Di Bernardo, già esposta alla scorsa Quadriennale di Roma, si intitola Dio è con noi. Le figure si affastellano in una dimensione priva di coordinate spaziali. Due busti di angeli si ergono su un cumulo di ossa e corpi di scimmie, sovrastando una mucca che non sembra patire la situazione, ma che comunque si piega. Siamo di fronte a una sequenza di figure aggregate che rappresentano l'umanità, figlia della società industriale che domina la natura distruggendola.

Le opere di Theo Drebbel emergono da un duplice movimento di invocazione e apparizione, nella convinzione che ogni immagine possa essere chiamata a visita e condotta fuori dal proprio stato latente, se si possiede il modo di interrogarla. Attraverso minimi segni, tracce e corrispondenze, il lavoro attiva una relazione instabile tra memoria, materia e linguaggio, entrando nel tempo passato non come in uno spazio chiuso, ma come in un campo ancora aperto da possibilità.

Micropaesaggi si articolano nello spazio come lettere di un alfabeto anteriore alla parola.

Il metallo è il campo di apparizione di un proprio spirito interno e attraverso abrasioni, innesti e segni minimi, l’opera cerca di attivare una dimensione quasi divinatoria dell’immagine, come se la materia custodisse la possibilità di un responso. Le Soglie sono luoghi di attraversamento, ma disegnate formano un piano, come Drebbel ora intende la memoria, che si riconfigura con una domanda: che cosa accadrà nel passato?

Le partiture di Renato Grieco rendono visibile ciò che è invisibile. Il suono è codificato attraverso un linguaggio di segni che non ritroviamo nella scrittura musicale convenzionale contemporanea, ma che rassomiglia piuttosto a quello delle intavolature rinascimentali. Attraverso l'osservazione ci imbattiamo in una struttura semantica che prescrive l'insieme dei gesti necessari per eseguire la musica, piuttosto che le note esatte. Ed è proprio sul tema dell'ascolto che insiste il lavoro di Renato Grieco: un'istallazione site specific ci da l'accesso a un tape loop che restituisce una dimensione armonica udibile attraversando lo spazio. Ad accompagnare questo lavoro è uno spartito che a differenza dei manoscritti, restituisce in maniera puntuale la struttura e l'andamento del suono.

La scelta di invitare quattro artisti evoca l'immagine del quadrato, archetipo che rappresenta la realtà terrestre, la materia, la forma fisica e la coscienza. In questa mostra collettiva l'idea del quadrato diventa figura ideale per raccontare una prospettiva unica, un segmento espressivo che offre una struttura e un volume tangibile al pensiero.