Galleria Continua è lieta di annunciare la mostra personale di Giovanni Ozzola, tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale per la sua ricerca su luce, spazio e paesaggio.

Il titolo dell’esposizione, Il cielo dentro, evoca l’idea che l’infinito non risieda soltanto fuori da noi, ma possa espandersi interiormente: una connessione al tutto che nasce esattamente nel punto in cui il limite si trasforma in soglia. È il richiamo inevitabile dell’orizzonte a portare al centro una contraddizione fertile: l’infinito non come lontananza, ma come spazio interiore in espansione. Non una fuga dal reale, ma una condizione percettiva: la possibilità di sentirsi in connessione con il tutto pur restando dentro un corpo, dentro un cranio, dentro un bunker, dichiara l’artista.

Il progetto, concepito per gli spazi romani di Galleria Continua conduce, dunque, il visitatore in un territorio in cui interno ed esterno si sfiorano: uno spazio di confine, costantemente abitato. La tensione tra fuori e dentro non si risolve in una sequenza narrativa, ma rimane attiva come soglia. È il punto in cui il visibile si arresta e nasce il desiderio di oltrepassarlo, mentre il limite al tempo stesso protegge e contiene, come una pelle.

In questa dimensione liminale si colloca Bunkers, opere che indagano luoghi costruiti per la protezione e l’isolamento - strutture in cemento semidiroccate, segnate dal tempo e dalla memoria - attraverso uno sguardo capace di rovesciarne la funzione originaria. Le immagini non si limitano a raffigurare ruderi bellici: instaurano una relazione visiva tra lo spazio chiuso e l’orizzonte luminoso che si apre oltre le feritoie, tra la densità opaca dell’interno e il cielo o il mare lontani. Le opere nascono da un incontro reiterato nel tempo con luoghi abbandonati, attraversati e riconosciuti come immagini che continuano ad affiorare dal 2006. Non si tratta di una ricerca sistematica né di un lavoro fotografico inteso come genere o documento: ciò che emerge è un’esperienza, spiega Ozzola.

In queste opere l’orizzonte si rivela insieme possibilità e rischio: luogo di liberazione e, al contempo, spazio in cui ci si può perdere fino a dissolversi. La luce che attrae promette apertura, ma implica anche la perdita di un punto fermo. Il bunker, carico di esperienze e memorie, ne è il complemento: un interno da cui fuggire e, simultaneamente, un interno che protegge e costituisce. I segni sulle pareti non sono decorazione, ma tracce di vita: cicatrici, memorie, stratificazioni. Alfabeto frammentario e gesti ripetuti si depositano come sedimenti di tempo. Le aperture funzionano come occhi - organi di orientamento attraverso cui lo sguardo tenta l’uscita e misura la distanza. I bunker di Ozzola mettono in tensione luce e oscurità, timore e quiete, artificiale e naturale, identità e dissoluzione nel tutto, fino a generare un’armonia nel contrasto.

Un cielo stellato introduce un ulteriore orizzonte, riprendendo un’opera realizzata dall’artista al Palazzo Esposizioni Roma per la 18a edizione della Quadriennale d’Arte. Non è una decorazione, ma un dispositivo che apre lo spazio a un ignoto condiviso: la materia delle pareti e quella delle stelle appartengono alla stessa sostanza; interno ed esterno si equivalgono. Su nuove Colonne d’Ercole, microscopico e macroscopico, scienza e spiritualità iniziano a convergere, chiosa Giovanni Ozzola.

Appunti senza parole è una piccola scultura composta di immagini: prove di stampa e frammenti visivi custoditi nel tempo vengono accumulati, stratificati e rilegati a mano fino a generare una presenza tridimensionale, dotata di spessore, peso e volume. L’immagine non rimane superficie, ma, sommandosi ad altre immagini, si trasforma in corpo, in materia, in scultura.

Le opere di Ozzola non descrivono luoghi: li attivano. Ogni immagine traccia una rotta possibile, orienta lo sguardo, suggerisce una direzione. Accumulano tracce come farebbe il tempo: stratificano segni, memorie, presenze che non appartengono solo allo spazio ritratto, ma a chi lo attraversa. Ciò che mi interessa non è raccontare il limite, ma renderlo percepibile come soglia viva. La mostra non rappresenta il limite come tema. Lo mette in funzione. Lo trasforma in un campo attivo, in uno spazio in cui qualcosa può accadere: uno slittamento percettivo, una presa di coscienza, un’apertura. È in quel punto che l’immagine smette di essere superficie e diventa presenza, e lo spazio smette di essere distante per diventare esperienza condivisa, spiega l’artista.