Del bello e della grazia, della forma e della trasparenza o di una presenza. È il codice linguistico, formale, raffinato ed essenziale di uno dei maestri assoluti della fotografia del Novecento: Horst P. Horst (Weissenfels-an-der-Saale, 1906 – Florida, 1999), al quale Le Stanze della Fotografia, all’Isola di San Giorgio a Venezia, dedica la mostra La geometria della grazia (prosegue fino al 5 luglio 2026).
Curata da Anne Morin in collaborazione con Denis Curti, la retrospettiva propone una rilettura originale e trasversale dell’opera di Horst P. Horst, restituendone tutta la complessità oltre i confini della fotografia di moda che lo consacrò sulle pagine di Vogue.
Ampia e suggestiva e mai dedicata prima all’artista, la mostra è costituita da oltre 400 opere, di cui la metà esposte per la prima volta, e molte delle quali stampe vintage originali, affiancate da materiali d’archivio e riviste d’epoca, disegni preparatori, schizzi e sketchbook, lettere indirizzate a Horst da Coco Chanel o Salvador Dalí, oltre a slideshow di immagini.
“Non sapevo quasi nulla di fotografia di moda, imparai sul campo lasciandomi guidare dalle mie competenze architettoniche, creando un senso dell’eleganza secondo il mio gusto”. È quanto ricorda il fotografo statunitense, che iniziò la sua carriera come assistente del fotografo George Hoyningen-Huene a Parigi, entrando ben presto in contatto con figure come Jean Cocteau e Marie- Laure de Noailles.
Risale al 1931 la sua collaborazione con la famosa rivista Vogue, nella quale “afferma” la sua eleganza formale e la sua sensibilità scenografica. E di certo non è un caso se nel 1939, prima di trasferirsi definitivamente a New York, realizza in Francia la celebre “Corset Mainbocher”, un’immagine divenuta un’icona della storia della fotografia, dove grazia e gusto riecheggiano come esempio visivo di straordinaria efficacia e travolgente seduzione.
Ma l’intero percorso espositivo sembra una sorta di viaggio che affonda le proprie radici nella ricerca di equilibrio e proporzione, stilemi che attraversano l’intera produzione del fotografo, sulla scia di indagini legate a correnti e movimenti, dalla classicità al Novecento, ma non solo. Dalle influenze del Bauhaus e alla costruzione architettonica dell’immagine, dalla moda alle nature morte, ai ritratti fino agli studi sulla forma e sui modelli.
È una grande avventura quella che investe Horst, come uno specchio del tempo, che l’ha visto protagonista di mode e culture, o di una storia. La copertina di Vogue con la modella capovolta che a piedi incrociati sostiene lievemente una grande palla rossa è non solo un segno di leggerezza ma anche di gioia e spensieratezza, a cui fanno da contrappunto altre modelle riprese di profilo, o in silhouette tese a tagliare il quadro in diagonale, tra bagliori di luce, o in un puzzle di volti a colori, come magiche geometrie riflesse sui corpi. E pur pensando nel quotidiano Horst, introduce al tempo stesso elementi colti, sensibili e raffinati. È una condizione che vive nel suo operare, attraverso la sua Rolleiflex e verso una ricerca della bellezza, come testimoniano le mani delicate e seducenti (Hands, hands, hands), che si susseguono una accanto all’altra. Come un richiamo e una presenza, perché più di un volto o di un corpo poté l’oggetto.
E del resto, in questa lunga sfilata non mancano di certo i “ritratti”. Siano essi fiori e nature morte, assemblage e frammenti, testimonianze di una linea poetica intima e riservata, o di uno sguardo sullo sguardo e sui tempi della ripresa. Ed eccoli in sequenza nella sezione a loro dedicata i grandi volti o meglio i personaggi con cui Horst P. Horst ha condiviso momenti e impressioni. Da Maria Callas con lo sguardo dolce e delicato, a Marlen Dietrich, Roman Garin e Jean Seberg, Cecil Beaton elegantissimo e assorto in un letto, Irving Penn, Yves Saint Laurent, Jean Cocteau, Salvador Dalì, Gertrude Stein e Elsa Schiapparelli caratterizzate nella genuinità di uno sguardo, che si spinge ben oltre la funzione descrittiva dell’immagine, individuando un’estetica colta, plasmata da una messa in scena e da cromie che delineano le forme e i caratteri, o meglio le soggettività. E un pensiero è rivolto anche a Venezia dove il fotografo americano fu presente nel 1947, alla Biennale e alla Mostra del Cinema. Così Horst P. Horst ha segnato una storia della fotografia, un’estetica del gusto e della grazia entro cui ritrovare forme e geometrie in movimento, o di una delicata idea di bellezza e del tempo.













