Nel cuore di Trieste, in un contesto già ricco di stratificazioni culturali e storiche, va a chiudersi – con grande ambizione e ricchezza di materiali – la mostra Modernismi. La Venezia Giulia fra Liberty e Art Déco, un progetto espositivo che si propone non solo come una semplice ricognizione di opere d’arte e oggetti d’epoca, ma come una vera e propria immersione nella temperie estetica e sociale che ha attraversato la regione tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Allestita presso l’IRCI – Istituto per la Cultura Istriano Fiumano Dalmata, la mostra invita il visitatore a compiere un viaggio articolato e multisensoriale attraverso decenni di fermenti culturali, tra contaminazioni internazionali e identità regionali: dalla primissima stagione del Liberty (il nome italiano dell’Art Nouveau) fino alla sobrietà elegante dell’Art Déco.

Il nucleo concettuale della mostra non è semplicemente cronologico: l’idea di fondo, infatti, è quella di restituire la complessità e la ricchezza della modernità in una terra di confine – la Venezia Giulia – laddove confluiscono lingue, culture, gusti e stili. L’obiettivo, esplicitato dagli organizzatori, è di offrire uno sguardo a 360 gradi sulle arti in un arco temporale che va dall’inizio del Novecento agli anni Trenta del secolo scorso, includendo architettura, scultura, decorazione, pittura, illustrazione, arti applicate, artigianato e costume.

Questo approccio multidisciplinare ha il merito di restituire una visione più ampia possibile di quell’“epoca di passaggio”, in cui non è sempre facile tracciare confini netti tra le tendenze estetiche – tanto più oggi, in un contesto globale. Da un lato, il Liberty propone un linguaggio decorativo ispirato alla natura e alle linee fluenti, spesso influenzato dalle avanguardie viennesi e dal clima secessionista; dall’altro, l’Art Déco, con le sue forme geometriche, la sua eleganza sintetica e le sue geometrie raffinate, riflette un mondo che ha già assimilato le lezioni della modernità industriale.

Una delle scelte più felici della mostra è quella di non limitarsi alle grandi categorie tradizionali delle arti visive, ma di includere anche oggetti di uso quotidiano, design, ceramiche, vetri, bronzi, arredi e altri manufatti di pregio. In questo modo l’esposizione racconta non solo la storia degli “artisti canonici” ma anche quella di un gusto collettivo fatto di oggetti, materiali e consumi.

Tra i pezzi più interessanti figurano, per esempio, un servizio di bicchieri derivato dal disegno di Josef Hoffmann (figura centrale della Wiener Werkstätte), un piatto della celebre Wiener Werkstätte, la famosa “donnina” in bronzo di Demétre Chiparus, vasi decorativi di Gallé e raffinati oggetti in vetro di Lalique. Elementi che oggi possiamo ammirare non solo come testimonianze artistiche di valore, ma come simboli del gusto moderno e delle connessioni culturali che attraversavano l’Europa.

Accanto a questi, la mostra offre sorprese di grande fascino popolare: ceramiche Lenci, teste femminili di Sandro Vacchetti, piastrelle disegnate da Gio Ponti, pochoir di Brunelleschi, buccheri e bronzi di Cambellotti. Sono manufatti che ci parlano di case borghesi, salotti di provincia e ambienti domestici che – pur appartenendo a contesti diversi – condividono un linguaggio estetico e sociale.

La mostra non trascura nemmeno le arti figurative, con opere di pittura e illustrazione di artisti come Rudolf Kalvach, Argio Orell, Vito Timmel e altri protagonisti della scena triestina e regionale di quel periodo, la cui produzione testimonia l’influsso delle correnti secessioniste e novecentiste.

L’altra sfida della mostra – che si rivela riuscita – è quella di proporre un percorso non solo artistico ma anche geografico e identitario. I curatori, infatti, non limitano lo sguardo alla sola Trieste, ma lo estendono alla Venezia Giulia nella sua interezza, includendo Pola, Fiume e Gorizia come luoghi di produzione, consumo e circolazione culturale. Questo consente di illuminare un’area spesso percepita come periferica rispetto ai grandi centri artistici europei, e di evidenziarne invece un ruolo di luogo di passaggio e di incontro tra modelli internazionali e culture locali.

In questo senso, la mostra disegna una geografia estetica che intreccia influenze viennesi, italiane, francesi e centrali europee, restituendo la Venezia Giulia come un crocevia di idee, stili, materiali e maestranze. Il Liberty qui non è un fenomeno isolato, ma dialoga costantemente con l’Art Déco e con altre forme di modernismo, generando esiti sorprendenti e spesso poco considerati dall’arte ufficiale.

Un’esposizione di questa portata non è priva di sfide: l’allargamento del campo a una così vasta gamma di oggetti può talvolta rischiare di diluire il focus critico, soprattutto per chi si avvicina con aspettative più tradizionali legate ad “opere d’arte” in senso stretto. Tuttavia, la scelta di includere arti applicate, design e oggetti quotidiani è coerente con la visione della mostra e contribuisce a delineare un quadro complessivo della modernità che va oltre la mera fruizione estetica.

Quanto alla narrazione curatoriale, essa riesce a mantenere un filo logico chiaro, pur abbracciando periodi e linguaggi diversi: dalla ricchezza floreale e decorativa del Liberty alla geometria essenziale dell’Art Déco, emerge un percorso coerente che parla di trasformazioni estetiche e sociali significative.

In conclusione, Modernismi. La Venezia Giulia fra Liberty e Art Déco è una mostra ambiziosa e riuscita, che va oltre il semplice esercizio di stile per proporre una riflessione profonda sulla modernità artistica in una regione storicamente complessa e culturalmente vibrante. L’ampiezza delle sezioni, il dialogo tra arti maggiori e arti applicate, il ricco catalogo curato con contributi critici rendono questa rassegna un appuntamento imperdibile per gli appassionati di storia dell’arte, design, architettura e cultura visiva del Novecento.

Visitare questa mostra significa fare i conti con un mondo che è stato capace di accogliere e reinterpretare le avanguardie internazionali, senza però perdere di vista le proprie radici e la propria identità. È un’esperienza che invita a guardare oltre la superficie delle forme, per cogliere connessioni, scambi, cortocircuiti culturali che ancora oggi parlano della complessità della modernità europea. Fino all’1 febbraio 2026.