C’è un momento, quando sali sull’Etna, in cui tutto rallenta. Il vento cambia voce, l’aria si fa più leggera e la terra sotto i piedi pulsa come un cuore antico. Ho iniziato la salita a piedi dal Rifugio Sapienza insieme a una guida nata su queste pendici, che ho scoperto essere anche un collega sommelier. Conosceva ogni pietra, ogni curva del sentiero, ogni respiro del gigante. In quei giorni l’Etna era in eruzione, e abbiamo deciso di salire fino in cima, restando lassù fino a tarda sera. Quando il buio è sceso, il vulcano ha mostrato il suo volto più vero: un occhio di fuoco che sputa lava e tuona, un respiro ardente che squarcia la notte. In quell’istante ho sentito quanto sia vivo e indomabile, quanto la sua potenza non sia solo naturale, ma anche spirituale.

L’Etna è uno dei vulcani più potenti d’Europa e ha segnato la storia della Sicilia. Catania, la città ai suoi piedi, è stata distrutta almeno tre volte dalle eruzioni, sempre risorgendo tra lava e polvere vulcanica. I crateri Silvestri, visibili lungo il versante sud, mostrano quanto la sua forza possa essere improvvisa e pericolosa: è un gigante che incute rispetto e allo stesso tempo genera vita, con le sue terre fertili che sfidano i secoli.

Camminando su quelle rocce capisci subito che qui tutto nasce dal fuoco. Ho preso tra le mani la terra nera, friabile e calda, e ne ho sentito l’odore di fumo e bruma lavica, intenso e antico, quasi un respiro del vulcano stesso. La terra è fertile, capace di generare viti robuste e complesse, ma richiede tempo: ogni centimetro ha bisogno di anni per trasformarsi in nutrimento, per dare frutto. La spongilava, leggera e porosa, trattiene l’acqua e, con il tempo, diventa feconda. Il basalto, compatto e denso, si trasforma più lentamente ma regala minerali preziosi. In quel gesto semplice di toccare il suolo, ho capito quanto la vita della vite sia legata a questa pazienza millenaria: un dialogo tra fuoco, pietra e mani che lavorano.

Questa è una terra che premia la visione. I pionieri come Ornato, Girolamo Russo, Tornatore e Terre Nere furono tra i primi a investire qui, intuendo il potenziale nascosto nelle terre vulcaniche e nella scoria. Hanno rivoluzionato il vino etneo, portandolo fuori dai confini dell’isola e facendo conoscere al mondo un territorio unico. Oggi queste bottiglie sono spesso più apprezzate all’estero che in Italia: un paradosso che racconta quanto questa terra sia intensa, sfidante e allo stesso tempo generosa. Storici e appassionati come Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia hanno più volte citato e apprezzato questi vini, celebrandone la forza e l’eleganza.

I vigneti disegnano una grande “C” rovesciata lungo il fianco dell’Etna, abbracciando il vulcano da est a nord-est. Nella parte centrale i terreni danno vini caldi e intensi, ricchi di materia. Più si sale verso nord, più cambia tutto: i filari si arrampicano fino a 800-1000 metri e la viticoltura diventa eroica. Il vento è più forte, le temperature più basse, le escursioni termiche più ampie. Ogni grappolo è una sfida, e il risultato è eleganza e profondità uniche. Qui, tra filari contorti e pendii impervi, i vigneti più prestigiosi sono circondati da muri a secco in pietra lavica. Realizzati a mano, con cura millimetrica, trattengono il terreno e proteggono le radici: simboli di qualità, resilienza e della viticoltura eroica, spesso con rese bassissime che concentrano aromi e struttura nei grappoli.

In pochi chilometri si passa dal livello del mare a oltre 3.300 metri: un salto verticale che crea microclimi straordinari, specialmente sul versante nord nella famosa Valle del Bove. Di notte i venti freddi accarezzano i vigneti, di giorno il sole siciliano li avvolge con calore intenso. Questo sbalzo termico rallenta la maturazione dell’uva, favorisce lo sviluppo dei polifenoli e costruisce aromi complessi e vibranti. Il vulcano protegge anche dalle insidie della fillossera: qui si trovano ancora oggi preziosi vigneti a piede franco, viti autentiche non innestate su radici americane, testimoni di un passato puro e prezioso.

Il Nerello Mascalese domina la scena. Elegante, verticale, con profumi di ciliegia matura, melograno, erbe mediterranee, pepe nero e una nota minerale di scoria che racconta la sua origine. Il Nerello Cappuccio aggiunge morbidezza e rotondità, creando equilibrio armonico e profondità. I bianchi, da Carricante e Catarratto, sorprendono per freschezza e mineralità: agrumi, fiori bianchi, erbe di montagna e una lieve salinità che ricorda il mare lontano. Al palato, i vini rossi dell’Etna si sposano magnificamente con carni arrostite, formaggi stagionati, piatti di capretto o agnello e le tradizionali paste al ragù di carne. I bianchi trovano armonia con pesce, crostacei, piatti a base di agrumi e verdure di stagione, ma anche con ricette più complesse come caponata o insalate di agrumi e finocchio. Ogni sorso cambia con l’altitudine, con l’esposizione, con il respiro del vulcano stesso.

Sono stato in un’azienda per una semplice degustazione e sono rimasto lì per ore, assaggiando vini e piatti, parlando con altri ospiti, siciliani appassionati e operatori del settore, condividendo storie di vino, lava e polvere vulcanica. La terra nera tra le mie mani, il suo odore intenso di fumo e residui ardenti, mi ha fatto capire quanto sia fertile ma anche quanto richieda tempo e pazienza. Questi vini ricordano il Pinot Nero di Borgogna, ma con un’anima tutta etnea. La gentilezza e l’ospitalità dei siciliani qui ti trasformano da semplice cliente ad amico che viene a conoscere il loro lavoro, la loro storia e il loro orgoglio. La polvere vulcanica che oggi ricopre queste terre le rende antiche e sempre nuove, restituendo ogni volta nutrimento alla vite. Quanto dovremmo imparare dalla terra, noi uomini, e quanto dovremmo vivere come lei ci insegna.

Quando sono sceso dalla cima, con il sole che si spegneva sul mare Ionio e l’aria piena di zolfo e mosto, ho compreso quanto l’Etna sia maestro. Trasforma la violenza in bellezza, il fuoco in eleganza. Ogni sorso dei suoi vini è un dialogo con la terra, con la storia e con il mito. L’Etna non è solo un vulcano: è un cuore che batte sotto la crosta, è il fabbro Efesto che forgia il carattere della vite, è il custode di aromi che parlano di frutti rossi, agrumi, erbe e residui ardenti.

E così ho compreso che bere Etna è sentire in un calice il cuore della Sicilia, il fuoco del vulcano e la voce antica del suo paesaggio autoctono, dove la terra, il sole e il vento si intrecciano in un racconto eterno di forza, eleganza e bellezza.