Nel cuore dell’estate a Guardia Piemontese, al Convento – ore 21:00.
Con gratitudine a Domenico, Mariagrazia, Teresa e Matteo, per le loro osservazioni e i momenti condivisi.
Madonna, che ti sei messa? Che verde?
Domenico inneggiava alla somiglianza al “verde pisello”, Maria Grazia sosteneva che i suddetti alimenti non sono poi così brillanti, come il colore dei pantaloni che indossavo io.
Quindi probabilmente il colore poteva essere un “verde fluo”.
Matteo disse: “No, secondo me è verde lime”.
Teresa fece un paio di proposte, ma non era convinta e alla fine mi disse: “Se non lo sai tu, fai una ricerca e facci sapere di più!”
In Europa il colore verde è il colore preferito di una persona su 6 circa, ma quasi il 10% lo detesta o crede che porti sfortuna.
Si tratta di un colore ambivalente, se non ambiguo: simbolo di vita, di fortuna e di speranza da una parte, segno distintivo del disordine, del veleno, del diavolo e di tutte le sue creature dall’altra.
Per lungo tempo difficile da produrre e ancor più da fissare, il verde non è soltanto il colore della vegetazione, è anche e soprattutto quello del destino.
Chimicamente instabile nella pittura come nella tintura, è stato associato nel corso dei secoli a tutto ciò che era mutevole, effimero e volubile; l’infanzia, l’amore, la speranza, la fortuna, il gioco, il caso, il denaro.
Solo all’epoca del romanticismo, è divenuto definitivamente il colore della natura e in seguito quello della libertà, della salute, dell’igiene e dell’ecologia.
La sua storia in Occidente è anche quella di un capovolgimento di valori.
Dopo essere stato a lungo in disparte, malvisto o respinto, oggi si vede affidare l’impossibile missione di salvare il pianeta.
Epoca Romana
I Romani lo chiamavano viridis, ricollegandosi a una folta famiglia di vocaboli che evocano il vigore, la crescita, la vita…
Nel primo secolo a. C., l’enciclopedia di Marco Terenzio Varrone, intellettuale romano, uno dei più noti eruditi scrittori del periodo tardo-repubblicano, definito dal suo amico Cicerone “il più dotto dei Romani”, propone nella sua storia della lingua latina un’etimologia che sarà ripresa fino all’epoca moderna: viride est id habet vires (verde è ciò che ha vigore).
L’utilizzo di viridis è talmente esteso che del termine non esistono nemmeno rivali che qualifichino particolari sfumature di verde.
A tal scopo i Romani si limitarono ad aggiungere dei prefissi per + viridis, verde denso, e sub + viridis, verde scuro. A Roma, nella vita di tutti i giorni, il verde non occupava un posto molto importante, a differenza del bianco, del giallo, del rosso e di tutti i toni di marrone.
Fino all’epoca imperiale il verde sembra essere assente nell’abbigliamento, salvo forse nei ceti più poveri.
Vestirsi di verde non è solo svalutante, ma anche difficile tecnicamente.
Benché più evoluta di quella dei Greci, l’arte tintoria dei Romani è efficace solo nella gamma dei rossi e dei gialli.
Tingere di verde, nel senso di un colore stabile, denso e luminoso, è un’operazione complessa ed essendo sconosciuto l’uso di miscelare il giallo con il blu, la tintura avveniva facendo ricorso alle piante tintorie.
La stoffa verde, infatti, non resiste al tempo. La tintura penetra con difficoltà nelle fibre del tessuto e in genere il colore non risulta né vivace, né stabile.
In città perfino gli schiavi lo evitano preferendo i toni del marrone o del blu scuro. Eppure il verde sembra essere il colore portafortuna per pirati e marinai del nord che la tradizione qualifica come vichinghi.
Per gli oggetti di casa vale lo stesso discorso, non capita spesso che siano verdi. Eppure i Romani tendono a colorare tutto; il legno, l’osso, il metallo e persino il rame e l’avorio.
Ma da questa tavolozza abbondante e diversificata il verde è praticamente assente, salvo per i vasi verniciati e soprattutto, gli oggetti in vetro che già durante la Repubblica venivano prodotti in magnifici toni di blu e verde.
Con il passare dei secoli i vetri diventano sempre più traslucidi, per avvicinarsi alla perfezione in epoca gallo-romana.
Ma si può parlare di una eccezione, poiché il ruolo del verde non è di primo piano nella vita quotidiana, né durante i rituali civili e religiosi, né nelle circostanze festive o solenni.
In questo Roma si differenziava parecchio dal mondo dei Barbari, dove il verde abbondava nei tessuti e nel vestiario e persino dall’Egitto dove in molti ambiti veniva considerato benefico e di conseguenza fu molto ricercato, addirittura protetto.
Gli animali verdi, per esempio i coccodrilli, erano considerati animali sacri.
Per la maggior parte dei popoli del vicino Medio Oriente, il verde e il blu sono colori benedici che allontanano le forze del male e sono associati ai rituali religiosi, si reputa che proteggano il defunto nell’aldilà.
Inoltre il verde è il colore di Osiride, il dio egizio della vita, della morte e della resurrezione. Osiride aveva spesso il suo volto rappresentato con questo colore, legame connesso alla rinascita e alla fertilità, ricordava il fiume Nilo, che portava la vita alla terra d’Egitto grazie alle sue inondazioni annuali.
Dal medioevo ad oggi
Poco in vista e incerto per millenni e perciò a lungo refrattario alle indagini storiche, il colore verde si fa più presente e significativo all’indomani dell’anno 1000 assumendo un ruolo nuovo nell’iconografia.
Adesso ha il più delle volte una connotazione positiva.
La letteratura cortese fa del “verde” non solo il colore emblematico del modo vegetale, ma anche quello della gioventù e dell’amore, mentre la cavalleria gli riserva un posto originale sulle vie dell’avventura e nei campi da torneo.
A ben vedere, il pieno medioevo appare innegabilmente come un periodo di progresso del verde. Nel Medioevo, l’acqua è concettualmente verde, non blu come la vedremo in seguito.
Insomma, l’idea medievale di natura è ricca di significati e mette in gioco nozioni diversificate e complesse.
In questo contesto, gli enciclopedisti, i moralisti, gli autori dei trattati di araldica ai quali piace stabilire corrispondenze e i vari elementi presi in prestito dal mondo naturale, dal calendario, dalla teologia, dalla medicina (metalli, pianeti, segni dello zodiaco, giorni della settimana, peccati capitali, temperamento dell’uomo) sono tutti d’accordo nell’associare il colore verde alla prima stagione, la più piacevole: la Primavera, vivace e seducente!
In primavera, il sole si più fa caldo, l’acqua è abbondante, le nevi si fondono, i fiumi straripano, gli animali si svegliano dal letargo, le creature del cielo migratorie fanno ritorno.
Soprattutto si aprono le gemme, le foglie si moltiplicano e crescono, ricompaiono i fiori, ovunque cresce l’erba giovane e nuova di un verde tenero.
Nei romanzi cortesi la foresta è sempre inquietante e misteriosa, luogo di incontri strani e metamorfosi temporanee.
Ci si va per sfuggire al mondo e alla società, per cercare Dio o il Diavolo, per ritemprarsi, per trasformarsi, per entrare in contatto con le creature e le forze naturali.
Dopo essere stato tanto apprezzato all’epoca della cavalleria e della cortesia, il verde comincia a perdere terreno sul finire del Medioevo.
Le autorità civili e religiose cominciano a distinguere tra colori più o meno onesti e il verde, forse vittima dell’enorme successo del blu, ha la sfortuna di finire nel gruppo sbagliato.
La retrocessione avviene in molti settori e il prestigio diminuisce tanto nella produzione artistica quanto nella vita di tutti i giorni.
Dal canto suo il verde è ancora difficile da produrre e da fissare. Sulla stoffa e sul vestiario i toni verdi sono spesso slavati e spenti, poco resistenti alla luce a ai lavaggi.
La progressiva distinzione, nei pittori e poi negli scienziati, tra colori Primari e Secondari aveva gradualmente portato a considerare il verde come uno degli opposti del rosso.
Ed essendo quest’ultimo da tempo il colore del divieto, il verde, suo opposto, è naturalmente diventato nel corso dei decenni, il colore dell’autorizzazione.
Le segnalazioni bicolori in alcuni posti dei mari del Nord e del Baltico negli anni intorno al 1800 ne costituiscono una delle prime applicazioni; il segnale verde di una boa luminosa dà accesso al porto, il rosso lo vieta.
Questo codice dei segnali marittimi, diffusosi nella prima parte del XIX secolo a terra oltre che in mare, si estende presto alla segnaletica ferroviaria, che a sua volta influenza quella stradale.
In città il primo semaforo bicolore viene installato a Londra il 9 dicembre del 1968, all’incrocio tra Great George Street e Bridge Street, vicino alla Camera dei Comuni.
Si tratta di una lanterna girevole a gas, manovrata da un agente, in modo da poter alternare la luce verde o rossa.
I semafori verdi e rossi conquistarono gli Stati Uniti, Salt Lake City nel 1912, Cleveland nel 1914, New York nel 1918.
Ancora oggi per passare, bisogna che il semaforo sia verde!















