Rizzuto Gallery è lieta di presentare Lunaria, mostra personale di Francesca Polizzi (Palermo, 1988). L’esposizione - accompagnata da un testo di Daniele Franzella - segna una tappa fondamentale nella ricerca dell’artista, proponendo un corpo di opere inedite che indagano il concetto di rovina naturale e il processo di sottrazione come principio generativo della forma.

Il progetto espositivo prende avvio da una riflessione sulla Lunaria annua, pianta la cui configurazione finale appare come l’esito di un processo di sottrazione. Quando il frutto secca, il seme cade e la materia si svuota, resta una membrana sottile, un disco trasparente che trattiene unicamente la traccia della propria esistenza. Attraverso i riferimenti alle Elegie Duinesi di Rainer Maria Rilke e alle riflessioni estetiche di Georg Simmel, la mostra esplora la rovina non come semplice dissoluzione ma come forma attiva. Se per Simmel la rovina rappresenta il riassorbimento dell’opera umana da parte della natura, nella visione di Polizzi è la natura stessa a produrre la propria rovina, consegnandosi a una dimensione di pura, lirica apparizione nel momento in cui la vita biologica sembra ritrarsi.

La ricerca di Francesca Polizzi si distingue per un approccio archeologico ai materiali naturali - lana grezza, cera, colofonia, rovi - trasformati attraverso rigorose fasi di manipolazione.

Serie di feltri di lana grezza stampati con immagini di architetture e grotte naturali, sono successivamente trattati con la tecnica della pittura a encausto. Questo processo opera un occultamento stratificato dell’immagine, riducendone il valore documentale per restituirla come visione opacizzata, una traccia mnemonica parzialmente riemersa.

Nella serie inedita di ceramiche, lana grezza viene impastata direttamente nell’argilla cruda. Durante la cottura, la componente organica brucia e scompare, lasciando nel corpo ceramico cavità e impronte che evocano frammenti di civiltà svanite, porzioni di mura, esedre e archi spezzati dove il dialogo tra materia e assenza si fa tangibile.

Le opere in mostra si pongono dunque come reliquie di una dimensione sensoriale profonda, esiti di una trasformazione in cui il frammento e l’involucro diventano atti di presenza e permanenza.